C-Cinque + 1 – Improbabili – Quattro chiacchiere con un mangiacuori

CCinque + 1 le cinque domande +1 di Salvatore Stefanelli

Cinque domande + una al proprio creatore

Quattro chiacchiere con un mangiacuori

di Dario Tonani

«Le dispiace se parliamo in metallingua? La nave tradurrà». Asur è chino a braccia conserte sulla balaustra del ponte di coperta, lo sguardo cieco fisso sul vuoto sconfinato del deserto.

«No, nient’affatto». Le dune scorrono lente lungo la murata di dritta, onde di sabbia senza uno sbaffo d’ombra, immobili sotto il sole a picco. La vecchia Syraqq è concentrata nel nuovo compito che l’aspetta: fare da tramite alla nostra conversazione. «Anche se alla fine della chiacchierata vorrei sentirle pronunciare una parola, una sola, nella mia lingua», aggiungo. «Ho parlato con Naila, so che sta facendo progressi enormi con le sue lezioni di fonetica».

Annuisce senza staccare gli occhi dalla sabbia, accettando tacitamente la promessa e invitandomi a passare oltre. Ma è lui a rompere gli indugi: «Le va di dirmi, in poche parole, come le è venuto in mente di scrivere di me?».

La domanda mi sorprende, faccio per aprire bocca, ma riavvolgo il nastro dei pensieri e ricomincio daccapo. «Avevo bisogno di una… spalla». Allungo un braccio quasi a sfiorarlo. «Non mi fraintenda, lei non è affatto un personaggio secondario, tutt’altro. Non mi riferisco a una spalla per Naila, ma per l’intera storia, e soprattutto per i lettori. Qualcuno che se li caricasse sulla schiena, non so se ho reso l’idea… Lei conosce Mondo9 più di chiunque altro, ha vissuto mille vite, si è calato in ruoli e avventure diversissime, ha raccolto in sé la memoria di cuori che senza il suo aiuto non si sarebbero mai neppure incontrati, né tantomeno fusi insieme. Che gliene pare della mia risposta?».

Fa una smorfia. «Non si deve giustificare. E non mi chieda di giudicare, io sono soltanto uno strumento nelle sue mani». Si guarda il dorso delle sue. «Che difficoltà ha incontrato a ideare l’ambientazione in cui calare le mie storie e a caratterizzare me e i miei compagni di avventura?».

«Asur, lei è il primo di una stirpe, una specie di matrice. I mechardionici» rispondo d’impulso. «Non che non esistessero prima del suo debutto sulla scena, ma lei, in qualche modo, li rappresenta tutti. Ha fatto il suo numero, e da allora lo spettacolo non è più stato quello di prima. Il Morbo, il metallo che s’impossessa adagio dei tessuti molli dell’essere umano e li trasforma in qualcos’altro per lo stadio finale… Morire soffocati come statue di sale o vivere una condizione di immortali in un guscio cieco, rigido e cavo, che per tirare avanti ha bisogno di cuori freschi. Amore forse. È questo che mantiene viva la memoria, che unisce le persone, le fa stare aggrappate le une alle altre. La più grande espressione di umanità e resilienza, alla quale neppure il metallo riesce a sottrarsi. Il difficile semmai è stato accettare che l’amore albergasse in creature che la maggior parte degli individui considera mostri, obbrobri».

«Mostri». Sembra rigirare la parola nella bocca per saggiarne la consistenza, il sapore. «È così che mi vede?».

«No, io no. Forse all’inizio…». Non so come uscire dall’impasse. «Le assicurò che non era questo l’intento».

Comprende il mio imbarazzo e mi viene in soccorso. «Pensa di scrivere nuove storie che mi riguardano o che s’incentrino su altri… mostri?».

«Lo ha già fatto lei prima di me, non crede? Quante vite ha passato a setaccio prima di salire su questa bagnarola e incontrare Naila? Cento, mille? Di ogni cuore ha raccattato un’emozione, un ricordo, una paura, un dubbio, una speranza… Lei è la somma di tutti loro, un compendio, uno scrigno di tesori. Vi chiamano mangiacuori, ma siete come conchiglie; in voi c’è l’eco di ogni onda, delle calme piatte e delle burrasche, del meglio e del peggio. Non sta a me esprimere giudizi. E se un’altra mia creatura, il comandante Naila, si è innamorata di lei, non posso che renderle pienamente ragione. Continuerò a rovistare nel suo scrigno? Certo che sì. Quante storie è ancora in grado di dettarmi? Ci pensi, Asur».

Si stacca dalla balaustra e rivolge il viso verso di me. Il mento leggermente sollevato, in una postura che solo i non vedenti assumono durante una conversazione vis à vis. «C’è qualcosa che non l’ha soddisfatta delle mie storie? E nell’eventualità, cosa avrebbe voluto cambiare, con il senno di poi?».

Mi prendo una lunga pausa. «I suoi occhi» buttò lì. «A volte penso di aver sbagliato a fare del suo personaggio un cieco. Tanta sensibilità li avrebbe resi in grado di guardare il mondo in maniera differente, di cogliere sfumature di luce e colore che altri non sono in grado di percepire. Chissà, Mondo9 avrebbe potuto essere un posto migliore… Ma poi penso che forse soltanto il buio è in grado di rendere piena ragione del suo stato. Lei non può avere occhi per i panorami che guardiamo noi, perché non è lì che sono rivolti…».

«Già» commenta e per un po’ rimane in silenzio, in una personalissima contemplazione del deserto che ci sfila attorno. «E se potessimo invertire i ruoli e fossi io a scrivere una storia su di lei, che tipo di storia sarebbe e di cosa vorrebbe parlassi?».

La sua loquacità mi sorprende. Sorrido, chino il capo e lo scuoto adagio. «Asur, lei sarebbe un meraviglioso cantastorie, un narratore coi fiocchi. Non le sfugge un dettaglio, anche se non saprebbe indicarmi il colore dei petali di una mangiaruggine. Che storia vorrei che raccontasse con me nel ruolo di protagonista? Che ci creda o no, vorrei essere un mechardionico, pensare come lei, vestire ogni volta il nero assoluto di colori diversi, inventati, sempre nuovi. Che ricordo ne ha, a proposito? Il rosso, per esempio… ne ha memoria?

Le sue labbra s’increspano in un sorriso di lamiera. «Papaveri, vino, sangue… A m o r e ».

Alzo il capo di scatto e lo guardo. «Ha mantenuto la promessa. Ha pronunciato una parola nella mia lingua…».

«Che si aspettava?». Capisco che non è una vera domanda, prova ne è che cambia subito registro. «Mi racconti qualcosa del mio passato o del mio futuro che non è ancora nota a nessuno».

«Le interessa devvero?».

«A lei no? È uno scrittore, andiamo, non mi racconti che non ci ha pensato. Lei ci sguazza nelle storie».

Bersaglio pieno, glielo devo riconoscere. «Ricorda quando ho descritto la scena in cui lei è rimasto per qualche minuto senza neppure un cuore? Qualcosa di molto vicino alla morte, a uno stato di sospensione della materia, al ghiaccio. Un senso di gelo senza brividi. Di buio senza notte». Lo fisso, ma lui non batte ciglio. «L’ho guardata sa, come adesso. Non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso. Sapevo che dovevo andare avanti a scrivere e ridarle un cuore, la vita. Che avevo pochissimo tempo per restituirla a Mondo9. Eppure… ho indugiato. C’era qualcosa che scorreva lungo il metallo del suo guscio moribondo. Un brulicare di sospiri. Ho passato il palmo della mano lungo il suo viso: era luccicante e bagnato. Mi sono infilato un polpastrello in bocca, per esserne sicuro. Non ho avuto dubbi, il metallo spurgava lacrime. Non l’ho mai messo nero su bianco nelle pagine del romanzo e ho cercato di rimuoverlo anche da me stesso. Ma ora è venuto il momento che glielo dica. Lei ha pianto, Asur. Per la prima volta nelle sue innumerevoli vite, lei aveva davvero accanto a sé qualcosa/qualcuno che non avrebbe mai voluto perdere. Naila.

Stende le braccia, si ritrae dalla balaustra e mi volta le spalle. So che la conversazione è finita. Poi si gira adagio, il mento appena sollevato. «A m o r e» pronuncia ancora una volta lentamente…

 

cc  CSide Writer – Dario Tonani

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