C-Cinque + 1 – Improbabili – Camilleri e Montalbano, Primo Secunnu e centomila

CCinque + 1 le cinque domande +1 di Salvatore Stefanelli

Cinque domande + una al proprio creatore

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Camilleri e Montalbano, Primo Secunnu e centomila

di Claudio Bovino

Nella stanza scura non filtrava lume d’alba.

Andrea Camilleri stava disteso e immobile nel letto, coll’occhi sbarracati a taliàre il soffitto.

Verso le quattro e mezza del matino lo Scrittore siciliano – ma macàri sceneggiatore, drammaturgo e tanto altro ancora – si era svegliato tutto ‘nzemmula, sudato, con l’impressione che qualichi cosa che stesse a mezzo tra una bumma e una truniata gli fosse esplosa nel ciriveddro. Poi, ricordò: era stata una Voce, potente e rapida come una saetta.

Subito si era reso conto di essere da solo nel letto ma non se ne era preoccupato. All’inizio, gli era venuta gana di tornarsene a dormire. Poi, s’era perso darrè un suo pensiero che da alcuni giorni lo tormentava. Ma adesso non ricordava nemmeno più di cosa si trattasse.

Dopo un tempo impricisato non ce la fici cchiù a ristarisinni corcato al buio. Camilleri si susì a mezzo, allungò il vrazzo, con la mano mancina tastiò la superficie del commodino fino a quanno non ’ncontrò l’interruttori e luce fu.

Si guardò intorno riconoscendo il luogo, la càmmara di letto, ma non casa sua. Che strammo! Eppure l’ambiente gli era familiare. Appoggiato sul commodino c’era un libro di Borges. Lo aprì ma doppo una decina di minuti di lettura l’occhi principiarono a fargli pampineddra e, come fu e come non fu, le palpebre gli calarono di colpo.

S’era appena appinnicato che la Voce, come una nuova tonante bumma, colpì.

«Camilleri, Montalbano sono.»

Adesso, lo Scrittore comprese le parole. Che sensazione stramma: provava a sgriddari li occhi e rapriri vucca per fare voci e arrisponnere ma non c‘arrinisciva.

«Camilleri, sveglia. Montalbano sono.»

Camilleri raprì li occhi e si susì. La testa gli firriava.

Davanti a lui, in piedi nella càmmara, stava il commissario capo di Vigàta, che lo fissava. Salvo Montalbano, baffi, capelli fitti e un neo sul viso, il Personaggio protagonista dei suoi romanzi.

Ma che diavolo sta succidenno? si chiese Camilleri. Aveva un vuoto di memoria, non si ricordava come fosse arrivato lì, perché adesso comprendeva di trovarsi non a Roma, ma nella stanza da letto della casa di Montalbano. A Marinella, in Sicilia. Solo che Marinella, come Vigàta e lo stesso Montalbano, erano tutte cose frutto della sua fantasia.

Lo Scrittore provò di nuovo a parlare e un filo di fumo uscì dalla sua bocca, poi, un suono. «Be’, buongiorno Montalbano. Sto sognando, giusto?» Si meravigliò a sentire la sua voce non più arrochita e cavernosa, a cui tutti erano abituati da anni.

«E chi lo può sapere» ribattè il Personaggio, «‘Fai della tua vita un sogno, e di un sogno, una realtà’.»

«Accidenti, commissario» rispose Camilleri con un tono che aveva preso sostanza senza tornare ad essere il consueto raschio impastato di tabacco, «stai allargando i tuoi orizzonti letterari senza che io abbia pensato di farti leggere Il piccolo Principe. Ma forse, era più azzeccata una citazione di Shakespeare: ‘Siamo della stessa materia di cui son fatti i sogni’. Questa mi sembra più appropriata.»

«Hai ragione, dopotutto sei tu l’Autore.»

«No, non è possibile» disse Camilleri, scuotendo la testa. «Tu non puoi essere così… vivo. E io non posso essere davvero qui adesso, a chiacchierare con te.»

«Infatti, siamo tutti e due lì, nella tua testa. Non è la prima volta che succede.».

A quelle parole, ‘na speci di lampatina s’addrumò e s’astutò ‘stantania nella testa dello Scrittore. «Hai ragione, solo che stavolta sembrava proprio reale», esclamò, stirando il viso in un sorriso compiaciuto. «Sì ma che ci facciamo qui, tu e io?»

Montalbano si passò una mano sulla testa e scostandosi una ciocca di capelli replicò perplesso. «Pure io stavo dormendo quando all’improvviso mi sono materializzato nella tua testa e, come un’anima che esce fuori dal suo corpo, mi sono ritrovato a galleggiare in una sorta di limbo scuro. Ti ho visto nel mio letto a dormire un sonno agitato. E così ti ho chiamato. Altro non lo so.»

«Siamo punto e daccapo. Come facciamo a sciogliere questo busillis? Su Montalbano, sei tu l’investigatore, tocca a te darmi una mano a scoprirlo.»

improbabile30 libro3«E no, Camilleri, è troppo facile così. Stavolta non so davvero che pesci prendere. Sei tu il responsabile di tutto, sei tu che cominciando a scrivere di me mi hai cacciato in questo e in tanti altri guai.» Uno scatto nervoso, la replica un po’ stizzita di Montalbano: «È proprio in situazioni come questa che mi domando come ti sia venuta in mente l’idea di “crearmi”. Cuntamillu.»

Per un attimo, lo Scrittore ebbe la sensazione surreale di essere protagonista di una di quelle “interviste impossibili” che lui stesso aveva diretto per un programma di Radio Rai nei primissimi anni ’70: lui, in particolare, aveva intervistato Stesicoro e Federico II di Svevia. Adesso, i ruoli si ribaltavano. Sospirò e, con tono paterno, rispose.

«Salvo, ti capisco. Non so come scusarmi. In un certo senso, sei una parte di me. Sei venuto su pian piano, ti ho composto come un puzzle con decine di tessere diverse, alcune mi appartengono, altre sono di mio padre e altre ancora di familiari o di persone che ho conosciuto nel corso della mia vita, da Sciascia allo zio Alfredo. Da ognuno ho preso un frammento d’anima. La tua prima avventura è nata come una sfida con me stesso, non avevo mai scritto un romanzo dal primo all’ultimo capitolo, consequenzialmente, senza salti temporali. Fino a quel momento avevo scritto in modo anarchico, disordinato. Dopo aver letto degli appunti di Sciascia sul romanzo poliziesco, mi convinsi che quello mi avrebbe dato una gabbia rigida da rispettare e così ci provai, cominciando addirittura con “Capitolo primo” e, non contento, con le parole “è l’alba”. Scelsi un poliziotto come protagonista, che potesse essere un po’ borderline. Volevo scrivere di uno che si potrebbe anche invitare a cena, ma volevo stare attento a non imitare Maigret. E così, pensai, lo differenzierò: Maigret è sposato, il mio poliziotto non avrà moglie; Maigret in genere si mette dalla parte del morto, il mio poliziotto si interesserà di più al contesto. E poi, venne il nome. Lo sai che hai rischiato di chiamarti Cecè Collura?»

«Ah, questa poi! E il nome Montalbano, da dove salta fuori?»

«Da un debito di riconoscenza, se così si può dire. La lettura de Il pianista di Manuel Vázquez Montalbán mi fornì la chiave per strutturare il mio Birraio di Preston, e così ricambiai il favore.»

«Battesimo singolare… ringrazio anche io Manuel Vázquez Montalbán, il suo cognome mi piace molto di più. Ma quando andiamo su certi argomenti mi viene in mente la questione di quanto io sia libero nel mio agire, quanto sia predeterminato dalle tue decisioni…»

Andrea Camilleri inarcò un sopracciglio a veder filosofeggiare la sua creatura. La tensione sembrava essersi allentata ma rimaneva comunque il problema di dove fossero e di che tipo di esperienza stessero vivendo.

La figura di Montalbano ebbe un sussulto e, come una cellula che si riproduce per gemmazione, stillò un suo duplicato identico, quel Montalbano Secunno che nei romanzi aiuta il Protagonista a ragionare in un singolare dialogo con se stesso, la sua coscienza. «E allora, ancora qui? Dove siamo, come facciamo a uscire?»

Montalbano Primo s’infuscò. «Si sta affollando questo luogo, ci mancavi pure tu.»

«Mi era sembrato che voi due aveste bisogno di una mano», rispunnì Montalbano Secunnu.

Camilleri taliò prima l’uno e poi l’altro fino a quando non principiò a passiare nirbùso avanti e narrè lungo la càmmera. «Questa è una situazione singolare, quantomeno. Non so davvero come ho fatto a crearla né come fare per risolverla.»

improbabile30 libro1Montalbano Secunnu, che sembrava il più energico dei tre, ne approfittò per incalzarlo. «Camilleri, non è la prima volta che ti trovi intrappolato in una situazione difficile che hai creato tu stesso. Pensaci bene, quali difficoltà hai avuto in passato nell’ideare l’ambientazione in cui calare le mie storie e caratterizzare me e i miei coprotagonisti? Ne abbiamo già parlato, forse ricordare la risposta ci aiuterà.»

Camilleri s’azzittì. Dopo tanticchia parlò di nuovo. «Hai ragione. In verità, uno di voi due, adesso non ricordo bene chi, mi ha sempre detto che scrivere le avventure di Montalbano per me sarebbe stato più facile, almeno rispetto ai miei romanzi storici, avrei dovuto solo scrivere un po’ del commissariato e mezzo romanzo sarebbe stato già fatto: io, i romanzi di Montalbano, li ho sempre costruiti per intero in testa, senza prendere appunti. Parto da un particolare che mi colpisce e da lì nasce il racconto. Vigàta è una città immaginaria ma forse è più vera di tante altre città, di cui è la sintesi, come è la sintesi del nostro tempo. Ha un’atmosfera di provincia, a tratti sonnacchiosa, che serve per far risaltare il delitto e le nefandezze commesse dal cattivo di turno. Il commissariato, poi, è una specie di pollaio, guarda i nomi: Galluzzo, Tortorella, Augello. I miei personaggi sono tutti diversi l’uno dall’altro, sono delineati attraverso le emozioni e le passioni, anche quelle più riprovevoli. È un mondo tutto da esplorare.»

Un lampo abbagliò per un attimo tutta la càmmara. Poi da Montalbano Primo e Montalbano Secunnu si sprigionò una sorta di nebbiolina luminescente che pian piano prese la forma di un uomo, calvo. Camilleri strabuzzò dapprima gli occhi poi esclamò divertito. «No, pure tu! È davvero un grande gioco di specchi la mia mente. Luca, benvenuto.»

Il nuovo arrivato sorrise in silenzio. C’era davvero una strana atmosfera, di magia.

Riprendendo il filo del discorso, intervenne Montalbano Primo, rompendo quella sorta di incantesimo. «Allora Camilleri, mi sembra di capire che scriverai altre storie che mi riguardano?»

Lo sguardo di Camilleri passò dal Montalbano televisivo alle sue creature, con lo sguardo finalmente disteso. «Sì. Lo farò. Ho già scritto la tua ultima storia, è stata messa da parte in un cassetto, con le indicazioni alla Sellerio di pubblicarla un anno dopo la mia morte. Avevo pensato di fermarmi. Ma adesso, a vedervi tutti qui in questo strano sogno, ho deciso di proseguire fino a quando ne avrò la voglia e la forza.»

Appena finita la frase s’addunò che Montalbano Secunno aviva fatto una faccia stramma. E infatti il Doppio intervenne. «Ma questo vuol dire che sei soddisfatto di tutto quello che hai scritto sino ad ora oppure che, con il senno di poi, avresti voluto cambiare qualcosa?»

Camilleri non si fici pregari. «Mah… credo di essere abbastanza soddisfatto. Nella mia scrittura ci sono tutti gli autori che ho letto e amato, da Pirandello a Joyce, da Faulkner a Gadda. Ogni storia letta e scritta mi ha portato al punto dove ci troviamo adesso. I rimpianti, casomai, riguardano le vicende della vita, ma quelle non è possibile cambiarle e allora meglio non pensarci.»

«Perché no?» – riprese il Doppio, «perché non provarci, anche solo con la fantasia. E se invertissimo i ruoli? E se fossi tu il protagonista di una storia, che tipo di storia sarebbe e di cosa vorrebbe parlassi?»

«Di me ne ho parlato in tante interviste. Ho parlato dei miei sogni, delle mie aspirazioni, ma anche della carriera, dei rapporti personali, dei miei errori… lo sapete che sono stato anche fascista, in gioventù? Lascio ai miei personaggi le storie di fantasia, quelle in cui risolvono i casi, i delitti. O quelle in cui racconto trasfigurandoli fatti realmente accaduti. Di me parleranno le mie opere e tutto quello che ho fatto nella mia vita.»

improbabile30 libro2A questo punto Montalbano Primo a cui l’occhi stavano principiando a fargli pupi pupi, prese la parola. «Devo confessarti, però, Camilleri, che a mano a mano che passa il tempo, io sono sempre più curioso riguardo al mio futuro, a quello che accadrà a me e agli altri personaggi a me cari, Livia, Fazio, Mimì… Sarà forse l’età, la paura di invecchiare, non lo so. Tu sai già cosa mi riserverà la vita in quel fatidico ultimo racconto

Un lucicchìo tremolò negli occhi dello Scrittore.

«Che fai, chiangi? Ti ho fatto intristire?» gli spiò Montalbano Primo.

«No, è un pianto di gioia» arrispunnì Camilleri.

Si taliarono un attimo, tutti e quattro muti, poi Camilleri si accomodò sul letto, appoggiò la schiena sul cuscino e allungò le gambe. «Voi tutti, figli e figliastri, vivrete per sempre, ogni volta che un lettore rileggerà un libro o uno spettatore rivedrà una puntata. Così è e così sempre sarà, per tutti i personaggi dell’immaginario.»

Mentre parlava, la stanza si era illuminata e riempita di mille sfumature colorate. Maria quanti ci ’nn’erano! Colori che si erano visti sulo all’alba della creazione mentre sulle pareti della càmmara, come proiettatte su un telone, sfilavano le immagini di Punta Secca, Marinella, Vigàta e Montelusa. Un motivo principiò a sonargli dintra la testa, cominciava come una specie di marcia trionfale tipo quella della scena finale di starreuorse e continuava trasformandosi nella musica del telefilm televisivo. Camilleri dovitti appuiarisi con forza al letto per susirisi. Stava cercando di concentrarsi, per trovare le parole giuste, ma la testa inveci si pirdiva in un gran nenti senza tempo. Scinnì dal letto e nel priciso momento in cui accomenzò a parlare, la sveglia sonò.

Era ora di susirisi: Camilleri raprì l’occhi e di subito li richiuì. Stava chiangenno: era stanco assà ma infinitamente felice.

POSTILLA: La mia “intervista improbabile”, che su invito di Salvatore Stefanelli ha quasi assunto la forma di un racconto breve, si apre con la frase “Nella stanza scura non filtrava lume d’alba”, richiamando espressamente l’incipit de La forma dell’acqua (1994, Sellerio): “Lume d’alba non filtrava nel cortiglio della ‘Splendor’ […]”. Proseguendo, il lettore troverà alcune espressioni in vigatese mutuate dai romanzi e dai racconti “siciliani” di Andrea Camilleri: io, essendo partenopeo e parte siciliano (parafrasando il grande Totò), ho una certa dimestichezza con questa affascinante lingua inventata da Camilleri. Per rendere più agevole la lettura e la comprensione del testo, di seguito si propone un piccolo glossario dei termini che vi compaiono. Chiedo fin d’ora venia per eventuali errori e per questo mio esperimento, realizzato nel rispetto e quale modesto omaggio al maestro Camilleri.

Piccolo glossario vigatese

addunare (addunàrisi, addunarisìnni, addunò): accorgersi

appinniccato: assopito, appisolato

assà: assai

bumma: bomba

chiangi: piangi

ciriveddro: cervello

cuntamillu: raccontamelo

darrè: dietro, parte posteriore, indietro

firriare: girare, sia in senso transitivo che intransitivo

gana: voglia, lena

macàri: anche, perfino

Monatalbano Secunno: Montalbano Secondo, è una sorta di doppio di Montalbano, la sua coscienza

na speci di lampatina s’addrumò e s’astutò ‘stantania: una specie di lampadina si accese e si spense all’istante

nirbuso: nervoso

non ce la fici cchiù a ristarisinni corcato: non ce la fece più a restarsene coricato

nzemmula: insieme

pampineddra: letteralmente, piccola foglia [l’occhi principiarono a fargli pampineddra: gli occhi cominciarono a socchiudersi (per il sonno)]

passiare: passeggiare

provava a sgriddari li occhi e rapriri vucca per fare voci e arrisponnere ma non c‘arrinisciva: provava ad aprire gli occhi [per liberarsi dal sonno] e aprire la bocca per parlare ma non ci riusciva

sbarracati: spalancati. Dal verbo sbarrachiari.

sgriddari: detto di occhi “Quasi fuori dall’orbita” (Tra.). Sgriddari significa scappare via, sfuggire alla presa, scampare, liberarsi.

si susì a mezzo: si alzò a metà

starreuorse: mio neologismo, Star Wars

strammo: strano

taliàre: guardare

tanticchia: un po’, un pochino

truniata: tuono

vrazzo: braccio

 

cc  CSide Writer – Claudio Bovino claudio bovino

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