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39 C-Cento modi di morire in un libro

C-Cento modi di morire in un libro La rubrica

libro nr. 39

a milano

Titolo: A Milano si muore così

Autore: Adele Marini

Come si muore in un libro a Milano? Uccisi dalla ‘ndrangheta. E a firmare gli omicidi un colpo di pistola, una Beretta calibro 7.65. In questa storia articolata in un sapiente intreccio narrativo, si viene catapultati in quella realtà fatta dalle vite dei poliziotti, dei magistrati, dei collaboratori di giustizia, ma anche e soprattutto, in quelle vite condizionate dai boss. Esistenze scandite da regole non scritte, ma non per questo meno rispettate o fatte rispettare. E’ si perché quando ricevi, prima o poi devi restituire, e quando ricevi con apparente generosità, quando ti viene presentato il conto, c’è chi si aspetta altrettanta disponibilità nell’assolvere al debito.

Chiacchieriamo con Adele Marini per cercare di capire quali sono i meccanismi che fanno morire un personaggio in un determinato modo.

CSW: Ciao Adele, benvenuta con il tuo libro nella rubrica dei cento modi di morire in un libro. Posso offrirti qualcosa da bere, magari un caffè in quel bar vicino alla questura?

AM: Mmmm… meglio di no. Lì tanti mi conoscono e non tutti mi amano.

CSW: Come nasce in generale secondo te l’idea di far morire un personaggio in un determinato modo?  E nello specifico in un libro di mafia come il tuo “A Milano si muore così” la Beretta calibro 7.65 è una necessità di trama oppure ha qualche altro significato?

AM: I modus operandi e le armi del delitto, così come le scene del crimine, nei thriller e nei noir sono, o dovrebbero essere, funzionali e pertinenti agli scenari e soprattutto alle vicende narrate. Parlando di criminalità organizzata e non dei Borgia non avrebbe avuto senso ammazzare la gente con il veleno.

La Beretta 7.65, una semiautomatica, è fra le armi più diffuse. Essendo relativamente leggera, maneggevole e semplice, è in dotazione alle forze dell’ordine, dalla polizia municipale in su. Ed è l’arma preferita dalle società di security. Non dico altro per non svelare la trama.

 CSW: Quanto può essere importante e quanto può influenzare secondo te la narrazione di uno specifico modo di morire?

AM: Poiché A Milano si muore così è un thriller non fiction, ho cercato di seguire una delle regole basilari della scrittura di genere: quella della verosimiglianza.

CSW: Nel tuo libro muoiono più personaggi e muoiono in maniera diversa. Perché secondo te a volte personaggi diversi sembrano richiedere modi di morire diversi?

AM: Siamo sempre lì: perché la trama lo ha richiesto. La criminalità uccide in modo spiccio, a meno che non ci sia l’esigenza di depistare o di mandare messaggi eloquenti e definitivi a qualcuno Comunque ogni dettaglio è stato mutuato dalla realtà.

CSW: Parlando sempre di modi di morire in un libro, sai già come morirà il tuo prossimo personaggio?

AM: Ehi, non so nemmeno chi sarà il mio prossimo personaggio! Ci sto lavorando ma nel frattempo diamogli un po’ di vita. Comunque non amo la macelleria e qualunque arma scelga non insisto mai con descrizioni Grand Guignol. L’orrore deve essere mentale, deve scaturire dalle situazioni non dalle descrizioni.

 CSW: Grazie per essere stata con noi con il tuo libro, il commissario Marino, la commissario Leoni, e il simpatico Edoardo, nella classifica dei Cento modi di morire in un libro.

AM: Grazie a te. E grazie di aver accennato ad Edoardo. In questo momento è qui, alle mie spalle, e non fa che urlarmi negli orecchi “Voglio la mia cenaaaaa!. Se non la smette gli tiro il collo e per lui sarà un modo molto verosimile di morire.

(Quello nella foto è proprio lui, Edo)

edo

39 La classifica

 

cc CSide Writer – Marco Ischia

38 C-Cento modi di morire in un libro

C-Cento modi di morire in un libro La rubrica

libro nr. 38

il falco nero

Titolo: Il falco nero

Autore: Mauro Marcialis

Un libro storico per una storia ambientata nel 1200 epoca in cui un giovanissimo Federico II si trova suo malgrado a passare da giovane ragazzo a sovrano di una terra e di un popolo multietnico e multireligioso. Forti sono le passioni, forti gli interessi per il potere e in questo scenario non potevano cero mancare vittime e assassini. Una cosa però mi è piaciuta in particolare sopra le altre, ossia il senso d’immortalità della speranza che si intuisce ma che a un certo punto si legge: “Come si fa, a uccidere il pensiero di te? Con un pugnale? Col veleno? Col fuoco?”. Ma siccome è proprio di modi di morire in un libro che parliamo in questa rubrica, dei tre appena enunciati, nonostante i roghi purificatori, nonostante le molte lame impugnate da soldati e cavalieri, sceglierei il veleno per la sua paritetica condivisione fra uomini, donne, religiosi, eretici e cospiratori.

Chiacchieriamo con Mauro Marcialis per cercare di capire quali sono i meccanismi che fanno morire un personaggio in un determinato modo.

CSW: Ciao Mauro, benvenuto con il tuo libro nella rubrica dei Cento modi di morire in un libro. Posso offrirti qualcosa da bere? Magari per sicurezza lo facciamo assaggiare prima?

MM: non vedo Borgia nei paraggi, possiamo rischiare: un bicchiere di Brunello di Montalcino, grazie.

CSW: Come nasce secondo te l’idea di far morire un personaggio in un determinato modo?  E nello specifico nel tuo libro “Il falco nero”, l’utilizzo diffuso del veleno è una necessità di trama o è una storicizzazione dei fatti?

MM: direi entrambe.

Una necessità poiché “Il falco nero” rigurgita passioni prorompenti che sfociano spesso in vendetta, nonché congiure e dinamiche di potere giocate in modo sottile che “pungolano” tradimenti. In tutte queste situazioni l’uso del veleno è funzionale a “coprire” l’assassino o la strategia che ha generato il crimine.

Una storicizzazione poiché, appunto, il veleno è un classico storico: i decessi causati da avvelenamento sono una costante che ha cavalcato i secoli senza soluzione di continuità.

Più in generale, in un romanzo storico, alcune uccisioni rappresentano “verità” imprescindibili (anche se questa “verità” è spesso ambigua e discutile, poiché a scriverla sono stati in prevalenza autori al soldo dei potentati), ragione per la quale l’autore a volte deve piegarsi ad un’esigenza che è più forte della propria inventiva o addirittura delle proprie intenzioni.

Tornando al veleno, colgo l’occasione per menzionare ancora la famiglia Borgia (che ho “raccontato” in un altro romanzo), talmente spietata da ispirare, almeno in parte, “Il padrino” di Mario Puzo. In questo caso mi affiderei alle parole del saggista britannico Beerbohm, una sintesi “leggendaria” parecchio rappresentativa: “I Borgia selezionavano e disponevano veleni rari nelle loro cantine, con la stessa dedizione con cui curavano i loro vini d’annata. Sebbene nel XV secolo capitasse spesso di sentire uno snob romano dire ‘Stasera sarò a cena dai Borgia,’ nessun romano è mai stato in grado di dire ‘Ieri sera ho cenato con i Borgia’.”

CSW: Parlando in generale quanto può essere importante e quanto può influenzare la narrazione uno specifico modo di morire?

MM: In molti casi (e in particolare per alcuni generi letterari) il “modo” di morire è predominante: asseconda gli sviluppi narrativi e caratterizza i personaggi: la loro crudeltà, la loro predisposizione alla sopraffazione, la loro “debolezza”. Il loro amore, perfino.

CSW: In una trama complessa come quella del tuo libro incontriamo diversi modi di far morire i vari personaggi. Perché secondo te a volte personaggi diversi sembrano richiedere appunto modi di morire diversi?

MM: potrei rispondere con una specie di battuta: ci sono personaggi che “bramano” una morte che in qualche modo sia in grado di onorarne lo status oppure assecondarne le caratteristiche. In effetti nel romanzo, per alcuni, la morte ha proprio questa impronta: ci sono cavalieri che cadono nei duelli, soldati che soccombono in battaglia, traditori che spirano a seguito di torture…

In realtà, “Il falco nero” è ricco di conflitti e lo sfondo “storico” è impregnato di sangue: i cruenti scontri cavallereschi, la guerra dell’esercito di Federico II contro i saraceni; le rappresaglie e le esecuzioni per motivi di carattere religioso e sociale, le congiure di palazzo. A tutto questo si sommano i conflitti più propriamente passionali dei personaggi principali che, con amori e amicizie compromettenti oppure con codici d’onore ferratissimi (che non permettono loro di scegliere le soluzione più utilitaristiche) si trovano frequentemente in situazioni di pericolo.

Esigenze e scelte meramente narrative (e ovviamente storiche), unite all’intenzione di evidenziare sentimenti diversi, determinano le modalità di dipartita di alcuni.

CSW: Parlando ancora di modi di morire in un libro, sai già come morirà il tuo prossimo personaggio, sempre ammesso che qualcuno debba morire?

MM: probabilmente un suicidio, che alla fine per me rappresenta il “modo” di morire più intrigante.

CSW: Grazie per essere stato con noi con il tuo libro, Federico, l’amore di Esmeray, l’amicizia di Yusuf, Mahzum e Kerim nella classifica dei Cento modi di morire in un libro. Stavo dimenticando la dedizione di Francesco.

MM: Grazie a te, Marco, a presto!

38 La classifica

 

cc CSide Writer – Marco Ischia

37 C-Cento modi di morire in un libro

C-Cento modi di morire in un libro La rubrica

libro nr. 37

tresca vasca

Titolo: Ho una tresca con la tipa nella vasca

Autore: Andrea G. Pinketts

In un libro formato da diversi racconti è sempre difficile scegliere un modo di morire, per così dire rappresentativo, in questo caso il compito è reso più agevole perché l’ho scelto dal racconto che da il titolo al libro. Catapultati nella scrittura irriverente di Pinketts il modo di morire è solo uno degli aspetti di una scrittura che fra reale e surreale ci regala delle pillole di sconfinata e colta saggezza, condita da straordinaria ironia. Ma se a volte muore l’amore, altre volte a morire sono proprio i cattivi, e a noi piace un sacco quando vincono i buoni… appetiti.

Chiacchieriamo con Andrea G. Pinketts per cercare di capire quali sono i meccanismi che fanno morire un personaggio in un determinato modo.

CSW: Ciao Andrea, benvenuto con il tuo libro nella rubrica dei Cento modi di morire in un libro. Posso offrirti qualcosa da bere, magari allontanandoci un po’ da questa vasca piena di acqua condita con sale affumicato?

AGP: Potresti offrirmi da bere se tu fossi qui presente. Siccome stiamo comunicando via mail, al massimo posso segnare una birra sul tuo conto a Le Trottoir. Peccato che tu non abbia un conto a Le Trottoir. Sono quindi costretto a brindare alla tua salute a mie spese.

CSW: Come nasce secondo te in generale l’idea di far morire un personaggio in un determinato modo? E nello specifico nel racconto che da il titolo al tuo libro, l’utilizzo della sirenetta mangiatrice di uomini, contiene una sorta di metafora?

AGP: Anche se dissemino di cadaveri i miei libri non mi piace ammazzare figure che mi sono care anche se cartacee. Non a caso il protagonista dei miei romanzi si chiama Lazzaro e quindi ha sempre una seconda chance. Nel Mistery il cadavere c’è già, è servito in biblioteca su un piatto d’argento. Non è più un corpo, non è più una persona, è una funzione. In Dahlia Nera, di James Ellroy, la vittima martirizzata è Storia e Metafora contemporaneamente. Ellroy  racconta un delitto Hollywoodiano per raccontare la morte di sua madre uccisa da uno sconosciuto. Questo tipo di “corpo da reato”, sia Elisabeth Short che genera Ellroy, erano bellissime donne, ha scatenato le fantasie più oscure e speculari di tempi “Belli e dannati”. Prima di Fitzgerarld. Siccome mi è difficile far morire gli amici reali che inserisco nei miei libri, il mio più audace tentativo è stato quello di mettere in salamoia Edoardo Montoya in “HO FATTO GIARDINO” però, alla fine il personaggio se la svanga. La Sirenetta a cui alludi più che una mangiatrice di uomini, in fondo è una divoratrice di pulsioni. La sete di conoscenza inevitabilmente ti prosciuga. E allora muori disidratato senza avere imparato nulla.

CSW: Cercando di capire quanto può essere importante, e quanto può influenzare la narrazione uno specifico modo di morire. Secondo te è il modo di morire che condiziona la storia oppure viceversa?

AGP: Il nostro dolore è una tragedia, quello degli altri è uno spettacolo. Spettacolarizzando il dolore indolore dei tuoi personaggi esorcizzi la morte. Se la rendi funambolica può essere persino divertente. In realtà il modo in cui uccidi un personaggio è concedergli una forma di sopravvivenza nella memoria del lettore. Tutti noi ci ricordiamo che Anna Karenina finisce sotto un treno e che Ofelia annega in un ruscello. Uno scrittore deve avere solide rotaie e riserve d’acqua. La storia è altrove.

 CSW: Ogni personaggio ha un carattere, una personalità propria. E’ vero che personaggi diversi sembrano richiedere modi di morire diversi?

AGP: Ne “IL PUNTO DI VISTA DEL LICANTROPO” contenuto in “IO NON IO NEANCHE LUI” (Feltrinelli) un nano, un gigante e un uomo medio vedono la morte vedono la morte in faccia scoprendo che ha la loro stessa statura. Forse se lo sono immaginati, ma per me è così.

CSW: Parlando sempre di modi di morire in un libro, sai già come morirà il tuo prossimo personaggio?

AGP: I miei personaggi sono immortali, modestie a Pinketts. Le persone purtroppo no.

CSW: Grazie per essere stato con noi con il tuo libro, la Sirenetta, il ballerino comunista, il bagnino, le miss, la befana e tutti gli altri nella classifica dei Cento modi di morire in un libro.

AGP: Sono io a ringraziarvi per non avermi intervistato sui “Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire”.

37 La classifica

 

cc CSide Writer – Marco Ischia

36 C-Cento modi di morire in un libro

C-Cento modi di morire in un libro La rubrica

libro nr. 36

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Titolo: IL PAPA GUERRIERO

Autore: Ilaria Beltramme

C’è chi muore a colpi di archibugio, chi muore in battaglia, chi muore suicida, chi muore di malattia, ma a mio avviso in questo libro la morte che più segna la protagonista è quella da avvelenamento. Non svelerò altro per non rovinare il gusto della lettura, ma nel libro di Ilaria Beltramme, sicuramente le passioni sono forti, tanto l’odio quanto l’amore. Ma se si può uccidere in nome di un amore, quanto più forte può essere la motivazione se si è spinti dall’odio? Questa è solo una delle domande che ci si posso fare leggendo questo libro, oppure ci si può fra trascinare dalle vicende narrate fra le dolci carezze di Isabella.

Chiacchieriamo con Ilaria Beltramme per cercare di capire quali sono i meccanismi che fanno morire un personaggio in un determinato modo.

CSW: Ciao Ilaria, benvenuta con il tuo libro nella rubrica dei Cento modi di morire in un libro. Posso offrirti qualcosa da bere, tenuto conto che non ci troviamo in un altana sopra i tetti di Roma?

IB: grazie sì, purché provenga da una bottiglia ermeticamente sigillata. Sai, fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.

CSW: Spesso personaggi diversi sembrano richiedere modi di morire diversi, questo accade anche nel tuo libro. Come nasce secondo te l’idea di far morire un personaggio in un determinato modo?

IB: La morte è un innesco narrativo. Almeno lo è stato per la mia storia. Cioè dalla morte nasce un cambiamento drastico dello scorrere del racconto. “Archetipicamente” parlando, quindi, si potrebbe parlare anche di nascita, il senso sarebbe lo stesso. La modalità del trapasso di uno o di altri personaggi arriva direttamente dalle loro caratteristiche principali. In qualche modo è figlia del personaggio in sé ed è consequenziale all’ambiente che il personaggio frequenta. È, appunto, un innesco narrativo. Cambia passo alla narrazione ma allo stesso tempo dipende da essa, dal punto in cui ci troviamo in quel dato momento.

CSW: Quanto può essere importante e quanto può influenzare la narrazione uno specifico modo di far morire un personaggio?

IB: Tantissimo. Il come muore. Che cosa dice prima di morire. Su chi avrà un impatto la sua morte, sono i cardini su cui il romanzo si muove. Purtroppo devo mantenermi sul vago, per non svelare nulla della trama de Il papa guerriero. Ma i lettori noteranno l’importanza di tutte queste “cesure” improvvise o meno nella vita di Isabella che appare spietata, ma nel corso di questa sua avventura nella vendetta, scopre nuove parti di sé. Queste scoperte però non sono lasciate sempre libere di dilagare, sono “fragilità”, emozioni che non può e non deve mostrare prima di tutto a se stessa, per portare a termine i suoi piani contro Giulio II (il papa, appunto, guerriero).

CSW: Per il tuo libro ho scelto l’avvelenamento come modo di morire simbolico, perché a mio avviso è quello che più segna l’animo di Isabella. In questo caso o in generale è più il modo di morire che condiziona la storia oppure viceversa?

IB: La morte nel mio libro che, ricordo, è ambientato nel Rinascimento è prima di tutto qualcosa di “storico”, cioè è un elemento preponderante nella storia dell’epoca e non soltanto negli ambienti di corte. A Roma e nel resto d’Italia tutti facevano i conti con la morte continuamente. Nella città eterna c’erano esondazioni del Tevere a ogni pioggia abbondante, c’era uno stato di guerra permanente, pestilenze, un tasso di mortalità infantile da farci tremare, i papi e i signori duravano spesso pochi mesi o una manciata di anni, ogni famiglia – ricca o povera che fosse – si confrontava con la morte sempre, senza sosta. Isabella nasce in questo contesto, i suoi “antagonisti” pure. L’avvelenamento è – nel Rinascimento italiano – un mezzo di eliminare i nemici molto utilizzato negli ambienti più raffinati, come le corti e le signorie e in Vaticano. È la storia minima del libro e la Storia assoluta in cui si muovono i personaggi a condizionare la modalità della morte. Ma, come dicevo prima, queste dipartite pure sono i “tagli” che ho scelto per far cambiare marcia alla narrazione, per far sbattere il naso a Isabella sulla sua umanità, per farla riflettere. Per rispondere in modo onesto, perciò, voglio dire che le due cose accadono contemporaneamente: morti e storia si condizionano a vicenda. 

CSW: Parlando sempre di modi di morire in un libro, sai già come morirà il tuo prossimo personaggio?

IB: I miei molti personaggi, vorrai dire. Il 20 novembre uscirà in libreria Forse non tutti sanno che a Roma… una raccolta di storie della storia di Roma (perdonate il bisticcio). Dalla fondazione (anzi, da prima della fondazione) ai giorni nostri. Un capitolo, per esempio, è dedicato a Locusta dei Galli, il sicario imperiale alla corte di Agrippina e Nerone (I secolo d. C.). Tutte le morti da lei provocate (è lei che avvelena l’imperatore Claudio e suo figlio Britannico, durante un banchetto) non riusciranno a eguagliare la sua drammatica esecuzione, per ordine dell’imperatore Galba, dopo il crollo del potere neroniano. È una morte rituale, violentissima e molto raccontata in letteratura. Non vi rivelo i dettagli per farvi incuriosire, ovviamente, ma ci tengo a dire che questo è un capitolo a caso su settantacinque totali (che non parlano solo di morte, però). Troverete pane per i vostri denti, insomma.

CSW: Grazie per essere stata con noi con il tuo libro, con Isabella, il suo Gregorio,  Felice e tutti gli altri, nella classifica dei Cento modi di morire in un libro.

IB: Grazie a voi. A presto.

La classifica

cc CSide Writer – Marco Ischia

35 C-Cento modi di morire in un libro

C-Cento modi di morire in un libro La rubrica

libro nr. 35

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Titolo: L’assassino non sa scrivere

Autore: Stefano Piedimonte

 In questo libro a uccidere non è un serial killer ma un “sirial ciller”. Quando uccide il “sirial ciller”, a differenza del suo colto collega di malefatte, non uccide seguendo un modus operandi, ma uccide alla “cazzo di cane”. Può essere un bastone, una pietra, un quadro, un televisore, non importa, qualsiasi oggetto può assolvere alla funzione di togliere la vita. Fra gli spunti ironici degli abitanti di Fancuno e le efferate uccisioni, ci si muove sul fil di lana fra indizi e misteri di un paesino che nasconde ben più di un solo segreto. Ma come si muore dunque in questo libro? Scegliete voi un oggetto e aspettate il sirial ciller.

Chiacchieriamo con Stefano Piedimonte per cercare di capire quali sono i meccanismi che fanno morire un personaggio in un determinato modo.

CSW: Ciao Stefano, benvenuto con il tuo libro nella rubrica dei Cento modi di morire in un libro. Posso offrirti qualcosa da bere? C’è giusto un posto libero al bar di Siusy che aspetta una nuova storia per il suo hard disk.

SP: Grazie, per come sono messo stamattina accetto volentieri un bianco anche se, appunto, sono le undici. E poi rimango lì ad ascoltare.

CSW: Nel tuo libro il killer, scusa il ciller, uccide con la prima cosa che gli capita a portata di mano. Come nasce secondo te l’idea di far morire un personaggio in un determinato modo?  E perché personaggi diversi sembrano richiedere modi di morire diversi?

SP: Questa tua vivissima attenzione per il modo in cui muore la gente, lasciamelo dire, è un po’ inquietante. Dovremmo prenderci uno scotch e farci due chiacchiere su, prima che ti arrestino. Comunque, in questo caso non è tanto il personaggio particolare a richiedere un certo tipo di uccisione. C’è una volontà di annientare la vita, di riparare a un guaio, in un certo senso. Va bene tutto, purché lo scopo sia raggiunto. Mi interessava, nel caso specifico, la brutalità. Volevo una brutalità insensata, o che almeno lo fosse apparentemente.

CSW: Secondo te uno specifico modo di far morire un personaggio può essere importante anche nell’influenzare la narrazione, oppure è assolutamente ininfluente?

SP: Dipende tutto dal contesto, dalla situazione, dal tipo di storia. Il modo in cui una persona viene uccisa, l’arma, la firma dell’assassino, assumono un’importanza fondamentale soprattutto se parliamo di un romanzo giallo o di un thriller. Riescono a inquadrare il carattere dell’assassino, a delinearlo, a far credere al lettore che si tratti di un uomo di un certo tipo quando poi certamente sarà un uomo di un altro tipo, oppure a confermare le sue stesse impressioni.

CSW: Parlando sempre di modi di morire in un libro, sai già come morirà il tuo prossimo personaggio?

SP: Per ora sto pensando a come nasce, poi, in tempo utile, penserò anche ad ammazzarlo. O forse no, scusa: perché deve morire per forza? Dove sta scritto? E se lo facessimo campare?

CSW: Grazie per essere stato con noi con il tuo libro nella classifica dei Cento modi di morire in un libro.

SP: Ma grazie a te. Noi due non siamo in un libro, vero? Possiamo star tranquilli ancora per qualche annetto?

La classifica

 

cc CSide Writer – Marco Ischia

34 C-Cento modi di morire in un libro

C-Cento modi di morire in un libro La rubrica

libro nr. 34

un conto aperto

Titolo: Un conto aperto con la morte

Autore: Bruno Morchio

Poteva mancare in questa rubrica Bacci Pagano l’investigatore dei Carruggi? Potevo farmelo scappare? Io sono riuscito a prenderlo mentre è bloccato nel suo appartamento da un tutore che gli impedisce di flettere la colonna vertebrale. Ma non bastano delle schegge che lo minacciano di paralisi per fermarlo del tutto. In questa nuova indagine cercherà di scoprire, grazie all’aiuto di uno scrittore di gialli, chi e perché ha attentato alla sua vita. Ma è di modi di morire in un libro che parliamo in questa rubrica e senza voler anticipare nulla al lettore, senza voler rivelare quella lontana verità, per me la morte più significativa in questo libro è quella che ha visto morire una ragazza, uccisa a colpi di pietra alla testa.

Chiacchieriamo con Bruno Morchio per cercare di capire quali sono i meccanismi che fanno morire un personaggio in un determinato modo.

 CSW: Ciao Bruno, benvenuto con il tuo libro nella rubrica dei Cento modi di morire in un libro. Posso offrirti qualcosa da bere? Aglaja ha appena preparato un caffè, ma forse preferisci qualcosa più alla Bacci Pagano tipo un Negroni o un Pastis?

BM: Vanno bene entrambi, per quanto il secondo sia decisamente più letterario (Izzo). Tra i cocktail più noti direi che la straordinaria invenzione alcolica del conte omonimo ha avuto meno fortuna letteraria, e perciò sono contento di averlo promosso nelle mie pagine. Dunque: un Negroni, grazie.

CSW: A volte personaggi diversi sembrano richiedere modi di morire diversi. Senza voler anticipare nulla ai lettori, nel tuo libro un personaggio muore sparandosi in bocca, ma Bacci afferma che se non lo avesse fatto si sarebbe sempre pututo buttare dalla finestra. Quanto può essere importante e quanto può influenzare la narrazione uno specifico modo di far morire un personaggio?

BM: L’enfasi sul come si uccide è una caratteristica del thriller, americano e nordico (uno per tutti: Jo Nesbo), versione moderna del giallo classico (dove pure il “come” era importante). Il modo in cui si i infligge la morte ha un significato strutturale e diventa spesso decisivo per scoprire l’assassino, in quanto il modus operandi è intimamente legato alla storia del serial killer (che in questo genere letterario non manca mai). Nel noir si uccide come si può, a seconda dell’arma a disposizione. Il “come” ha un significato “residuale” piuttosto che strutturale. Ma residuale non significa nullo. Spesso serve a caratterizzare la psicologia dell’omicida e la qualità della relazione tra questi e la vittima. L’assassino dell’ultimo romanzo ha usato una pietra perché era lì, davanti a lui. Tuttavia ha colpito tre volte, il che ci dice che per qualche ragione odiava quella ragazza. In generale, credo esista una valenza simbolica (talvolta non consapevolmente scelta dall’autore, inconscia, ma non per questo meno importante): nel mio romanzo Gianni Coiro si spara in bocca anziché gettarsi dalla finestra, e la cosa è rilevante perché lo fa con la pistola di Bacci Pagano. E’ piuttosto evidente che il suo obiettivo è ricreare in Bacci la stessa situazione psicologica che ha segnato Almansi, quindi il fatto di uccidersi con la sua pistola non è casuale: serve a imprimere un movimento identificatorio nel povero detective invalido.

CSW: Come nasce secondo te l’idea in generale di far morire un personaggio in un determinato modo?

BM:. Restando sui miei romanzi, in Con la morte non si tratta la scelta di uccidere usando la pattada (coltello sardo) risponde al significato di faida del delitto; nella Creuza degli ulivi Linda viene trovata affogata in una vasca da bagno dopo essere stata narcotizzata, e questo serve a connotare il suo assassino come un sadico (è un killer di professione). In Maccaia lo strozzino è ucciso da un lupo (sistema piuttosto singolare e contorto), ma questo è funzionale a far incolpare un allevatore di cani. Credo di poter dire che la morte (e dunque anche il suo “come”) rientra in un disegno del destino: ciascuno va incontro alla propria morte e questo è forse il tratto più caratteristico del noir.

CSW: Parlando sempre di modi di morire in un libro, sai già come morirà il tuo prossimo personaggio?

BM: Per essere sincero, non ho ancora deciso se nel libro che sto scrivendo il cattivo morirà oppure sarà risparmiato. Vedremo.

CSW: Grazie per essere stato con noi con il tuo libro, il caratteraccio di Bacci e le sue splendide donne, nella classifica dei Cento modi di morire in un libro.

BM: Grazie a voi del’ospitalità.

La classifica

 

cc CSide Writer – Marco Ischia

33 C-Cento modi di morire in un libro

C-Cento modi di morire in un libro La rubrica

libro nr. 33

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Titolo: Le immagini rubate

Autore: Manuela Costantini

 Una foto, un dettaglio, un particolare che a occhio nudo sfugge via. Una morte, anzi una serie di morti, ai quali viene asportato lo scalpo, e un ciocca di capelli che viene lasciata affianco al cadavere in un macabro rituale. Con questa trama, ma soprattutto con una scrittura travolgente, Manuela Costantini si aggiudica il premio Tedeschi 2014. Averla nella rubrica dei Cento modi di morire in un libro, diventa irrinunciabile e non solo perché abbiamo già avuto ospiti i vincitori delle due precedenti edizioni del premio, ma perché un libro come questo proprio non può mancare.

Chiacchieriamo con Manuela Costantini per cercare di capire quali sono i meccanismi che fanno morire un personaggio in un determinato modo.

CSW: Ciao Manuela, benvenuta con il tuo libro nella rubrica dei Cento modi di morire in un libro. Posso offrirti qualcosa da bere? Per la gioia di Filippo Dolci non ho tisane.

MC: Grazie, Filippo Dolci ne sarebbe felice. Lui prenderebbe un caffè e qualcosa di dolce, molto dolce. Per me va bene la stessa cosa!

CSW: Nel crimine seriale il denominatore comune è appunto la serialità, lo stesso modo di uccidere. Visto in quest’ottica, quanto può essere importante e quanto può influenzare la narrazione uno specifico modo di far morire i personaggi?

MC: Ci sono almeno due modi di vedere i crimini seriali, che spesso, nella realtà, sono strettamente legati. L’assassino che uccide le sue vittime seguendo le stesse modalità e l’assassino che sceglie vittime tra loro simili. E in ogni caso c’è un motivo. Magari balordo e valido solo per l’assassino, ma un motivo c’è sempre. Ecco, è questo che influenza la narrazione. Almeno così è capitato a me, per il romanzo. Avevo un motivo, avevo un “modo” e i personaggi hanno fatto il resto.

CSW: Parlando sempre di serialità, esistono però dei dettagli che differenziano un’uccisione dall’altra. Perché secondo te a volte personaggi diversi sembrano richiedere modi di morire diversi?

MC: Scrivere per me vuol dire entrare in una storia. Ho studiato le biografie di numerosi serial Killer prima di decidere di “scegliere” un assassino seriale. Mi sono imbattuta in storie incredibili, e poi ho scelto di raccontare, in un romanzo breve che è stato pubblicato lo scorso anno, la storia di Milena Quaglini, una serial killer italiana, atipica. Come accennavo prima, gli assassini seriali, di solito, hanno una sorta di ritualità nel loro modo di agire. Milena no. Ha ucciso tre uomini, il motivo era lo stesso, ma il modo in cui li ha uccisi è stato sempre diverso. Tornando alla narrazione e alle storie inventate, credo che possa capitare che personaggi diversi richiedano modi diversi di morire. L’assassino seriale uccide seguendo una sua personalissima strada. Capita, però, che quella strada sia interrotta o che sia costretto a cambiare direzione. Ecco, allora, che per continuare a percorrere la strada che si era prefissato, decida di fare una piccola deviazione. Se la vittima è diversa da quelle che lui aveva deciso di uccidere, utilizzerà un altro metodo, perché per lui, per l’assassino, quella è una vittima “sbagliata” che deve essere eliminata e basta, ma che non è importante per il raggiungimento dello “scopo”. Nella narrazione ci si muove allo stesso modo. Io almeno, ho fatto così.

CSW: Per approfondire il discorso. Quale può essere secondo te la differenza, ammesso che ci sia, fra il poter scegliere come far morire un proprio personaggio o averlo imposto a priori dopo la prima uccisione?

MC: Dipende da cosa hai deciso di scrivere. Credo che nella stesura di una trama, a mano a mano che la storia procede, siano i personaggi a dirti cosa vogliono fare. Però, a mio parere, è importante che alcuni punti restino fermi. Se in un romanzo, l’assassino uccide uomini con la barba utilizzando un rasoio, perché suo padre era un violento e teneva più alla cura della propria barba che al figlio, non è possibile che poi lo stesso assassino uccida un uomo con la barba con una tisana avvelenata. Si perde coerenza e il lettore si smarrisce. E il lettore, non deve mai essere ingannato.

CSW: Parlando sempre di modi di morire in un libro, sai già come morirà il tuo prossimo personaggio?

MC: Sì, saranno in parecchi a morire e non sarà piacevole per loro, ma non posso dirvi di più…

CSW: Grazie per essere stata con noi con il tuo libro, la golosità di Filippo Dolci e la sincerità di un fotografo d’eccezione, nella classifica dei Cento modi di morire in un libro.

MC: Grazie a voi per l’ospitalità. Ottimo caffè e cornetto delizioso, dirò a Filippo di venire a trovarvi.

La classifica a 1/3 di strada dopo 33 libri

cc CSide Writer – Marco Ischia