C-Cinque + 1 EXTRA – Salvatore Basile

CCinque + 1 le cinque domande +1 di Salvatore Stefanelli

Cinque domande + 1 diventa Extra, perché quando gli ospiti di 5+1 sono extraordinari, servono domande extraordnarie, per un botta risposta diverso, per un’occasione speciale… ma alla fine un incontro è sempre un’esperienza speciale!

1) Ciao Salvatore. In poche parole: da quando scrivi, cosa scrivi e cosa leggi?

Avevo 8 anni quando ho scritto il mio primo racconto. S’intitolava “L’uomo senza volto”, era brevissimo ed era scaturito dalla visione di un film: “L’uomo invisibile” del 1933, tratto dal romanzo di Wells. In seguito, ho disseminato tentativi di racconti e poesie un po’ dovunque, almeno fino ai vent’anni. Poi la scrittura è scomparsa dalla mia vita, fino a tornare come richiamo e poi “necessità” a 35 anni compiuti. E a 35 anni, dopo un elaborato esame di coscienza, ho dato le dimissioni da un lavoro sicuro per lanciarmi nella scrittura professionale, in un salto senza rete e senza garanzie. Per fortuna è andata bene, dal 1993 scrivo sceneggiature senza interruzioni, ho realizzato più di 40 fiction per la Rai, tranne qualche esperienza sulle reti Mediaset particolarmente fortunata (Ultimo, Il giudice Mastrangelo, Fuga per la libertà). Non credo alla scrittura relegata in un unico genere, quindi ho scritto e scrivo di tutto, dal giallo al melò, dalla commedia al racconto sociale. Dal 2015, alla sceneggiatura si è aggiunta la scrittura di romanzi. Ne ho pubblicati due con Garzanti: “Lo strano viaggio di un oggetto smarrito” e “La leggenda del ragazzo che credeva nel mare”. Proprio in questo giorni ho terminato la scrittura del terzo, forse il più difficile e sofferto. E così, sceneggiatura e romanzi si alternano da ormai 5 anni sul mio tavolo. Due modi diversi di approcciare il racconto: in solitaria per quanto riguarda il campo editoriale, in team per quanto riguarda la sceneggiatura. Scrivo a tempo pieno, considerando che si tratta del mio unico lavoro. Ma non ho orari prefissati, anche se in genere il pomeriggio e la prima sera sono le ore più proficue. Il mattino è, più che altro, un territorio di lavoro al di fuori della tastiera: cerco di concentrarmi, di leggere, ascoltare, pensare a ciò che dovrò scrivere quando mi sentirò “pronto” ad affrontare il foglio bianco. Ma non è una regola fissa: a volte mi sveglio al mattino e comincio subito a scrivere fino a ora di pranzo, senza interruzioni, come se la notte mi avesse “caricato” e schiarito le idee.

Per quanto riguarda le mie letture, direi che posso definirmi un lettore onnivoro e disordinato, amo ogni tipo di letteratura e di saggistica. Credo di aver letto tutto riguardo ad autori come Simenon, Murakami, Volponi, McEwan, Hillman, Kafka, Bilenchi, Patterson, Veronesi, Kundera, Tolstoj… e allo stesso tempo continuo ad avere lacune impressionanti e decine di autori che non ho ancora approcciato e che forse non riuscirò mai a leggere per mancanza di tempo. Oltre a ciò, leggo molti romanzi e sceneggiature inedite che mi inviano persone e colleghi in cerca di un consiglio o di un parere. E a volte mi regalano piacevolissime sorprese. Sono innamorato della scrittura dei miei conterranei: de Giovanni, Marone, Petrella e soprattutto Patrizia Rinaldi e Sara Bilotti. Ma anche tanti altri. Ultimamente Napoli sta sfornando scrittori davvero notevoli e ne sono felice. Amo anche la letteratura giapponese, scoperta solo negli ultimi anni.

2) Di tutto quanto hai scritto, cosa consiglieresti a chi vorrebbe vedere il frutto del tuo lavoro e perché? Preferibilmente un titolo solo.

Difficilissimo rispondere: ogni lavoro è una parte di me, è fatto di sudore e gioia, di impegno e di momenti di scoraggiamento profondissimo. Per mia fortuna ho firmato sceneggiature che hanno riscontrato successo e lunghe serialità che ancora sopravvivono al tempo. Ma se devo scegliere un solo titolo, allora dico “La cittadella”, trasmessa su RaiUno nel 2002 in 4 puntate. Mi è particolarmente cara perché la leggendaria versione trasmessa negli anni ’60, con Alberto Lupo nei panni del dottor Manson, è nell’immaginario collettivo di molti italiani di anziana generazione. Io l’avevo vista da bambino, quando le fiction si chiamavano “sceneggiati”, e la consideravo una parentesi epica, con la Tv in bianco e nero e i parenti raccolti intorno al televisore in silenzio e attenzione assoluti. Poi è successo che, mentre lavoravo frequentemente con la Titanus, gloriosa casa di produzione che vanta svariati premi Oscar in bacheca, il mitico Goffredo Lombardo mi offrisse di scegliere un titolo da sceneggiare tra i classici della letteratura. Ci ho pensato un solo attimo, poi ho osato: “La cittadella”. Lombardo ci ha pensato per qualche minuto, mentre io trattenevo il fiato. Alla fine, ha accettato la scommessa, che per me era una vera e propria sfida, quasi un confronto col “sacro”. Da quel momento mi sono ritrovato tra le mani una vera e propria patata bollente, con aspettative altissime da parte di tutti. L’antico sceneggiato e anche il romanzo, avevano bisogno di un ponderoso restyling, per poter sostenere i ritmi narrativi di un audiovisivo ormai evoluto, anche a costo di attuare cambiamenti di trama e di situazioni alquanto “pesanti”. E’ andata molto bene, con un successo di pubblico davvero notevole. Ancora oggi ne sono fiero. Ma a questo punto tradisco la consegna dell’unico titolo da citare e aggiungo la serie del Commissario Ricciardi, che andrà in onda questo autunno su RaiUno, tratta dagli splendidi romanzi di Maurizio de Giovanni. Un lavoro difficile, irto di ostacoli. Uno su tutti: il commissario Ricciardi è un solitario, un taciturno che coltiva segreti che influiscono pesantemente sulla sua vita privata. La sfida era rendere chiari i suoi tormenti interiori senza tradire le caratteristiche del personaggio. Una bella sfida, spero vinta. Ma sarà il pubblico, come sempre, a giudicare.

3) Consigli per chi si approcci adesso alla sceneggiatura: cosa fare e cosa non fare, secondo te.

Il primo, ineludibile consiglio è guardarsi dentro e rispondere a una semplice domanda: sei sicuro/a che non potresti e non vorresti fare altro nella tua vita? Se la risposta è “sì”, allora bisogna armarsi di carattere e forza di volontà. Essere decisi a non scoraggiarsi mai (perché verranno momenti in cui gettare tutto all’aria e rinunciare sembrerà l’unica cosa sensata da fare) e poi scrivere, scrivere, scrivere, cercare idee, leggere di tutto, guardare di tutto, osservare il mondo intorno, cercare di capire la società e i singoli individui, anticipare i tempi. Continuare a farlo e a studiare soprattutto quando ci si sente arrivati. E’ un lavoro stupendo, ma difficilissimo.

L’audiovisivo è in costante evoluzione, pullula di idee e di generi sempre nuovi e sorprendenti, sta andando verso un futuro che, a mio avviso, sarà sempre più roseo ma altrettanto competitivo. La serialità fruibile nell’immediato, senza aspettare l’appuntamento settimanale con gli episodi di una serie, il cosiddetto binge watching ha trasformato le regole del racconto e le farà evolvere sempre di più. Bisogna stare al passo, studiare il mondo che si ha intorno, le passioni, le paure, le aspirazioni generazionali. E, al di là di tutto questo, è necessario un lavoro particolareggiato sui personaggi. E’ il personaggio che muove la storia, molto più della trama, quasi come se la storia da raccontare non sia altro che una conseguenza delle caratteristiche del personaggio creato. Altra questione fondamentale, quindi, è il saper mettere insieme personaggi che interagiscano tra loro in maniera tematica, che creino conflitto ma anche territori di empatia profonda. Per chi è ai primi passi, credo sia molto utile scegliere qualche serie tra le preferite, riguardarle con attenzione, e poi scalettarle, scena dopo scena, cioè elencare le scene su un file, annotando gli stati d’animo dei protagonisti, la loro evoluzione, gli archi di trasformazione, le scelte che conducono alle scene “memorabili” e la coerenza con cui si sono sviluppate.

Cosa non fare è… arrendersi alle prime difficoltà, ma soprattutto accontentarsi: una buona idea è solo una buona idea tra altre mille altrettanto valide. Bisogna rigirarsela tra le mani, andare a scoprire i lati inesplorati, il non ancora detto, la sorpresa, che non dev’essere mai gratuita, ma l’arrivo logico a un lavoro di “scavo” nell’animo umano. Quindi mettersi costantemente in discussione insieme al lavoro fatto, giorno dopo giorno, e non fermarsi alle prime suggestioni.

Altra cosa da non fare: aver paura di osare, di raccontare con nuovi punti di vista, sconvolgere la regola dopo averla assimilata fino a padroneggiarla. E, allo stesso tempo, saper osare quando davvero ne vale la pena, quando il risultato è credibile, riconoscibile e non ha bisogno di spiegazioni a posteriori, quando la soluzione trovata è davvero l’unica rimasta a disposizione della storia.

Per finire: trovare un mentore, un professionista già affermato col quale fare i primi passi è una fortuna da cercare con tenacia. Ma poi bisogna fare attenzione a preservare il proprio mondo creativo e non diventare dipendenti dai maestri. Capire quando è arrivato il momento dello stacco, della separazione dalla confort-zone del mentore e spiccare il volo con le proprie ali.

4) Cosa stai scrivendo in questo periodo e per cosa (corto, film, serie, pubblicità) o, cosa vorresti scrivere?

Dopo aver terminato il terzo romanzo, sto sceneggiando un TVmovie per RaiUno. E’ una storia di Natale distopica, ancorata alla nostra realtà ma proiettata in avanti di qualche anno rispetto al 2020. Mi era stato chiesto di sceneggiare un film di Natale per la Rai e ho accettato la scommessa solo quando mi è arrivata improvvisamente l’idea di farne una storia distopica, appunto, in contrasto con l’atmosfera tipicamente natalizia che è rassicurante e famigliare. Una piccola sfida al genere che mi stimola molto.

Inoltre, ho iniziato a lavorare a un film per il grande schermo, un thriller atipico a sorprendente tratto da un romanzo di Sara Bilotti. E’ la prima volta, dopo 30 anni di sceneggiature per la TV, che mi cimento con il cinema. Fino a ora non avevo mai sentito la spinta necessaria per fare capolino nelle sale, cercavo un’idea che mi stimolasse, che mi facesse capire che il momento era giunto. E così, il romanzo di Sara si è presentato come qualcosa di irrinunciabile già dopo una decina di pagine. Alla fine, una produzione importante ha accettato la scommessa e ora siamo al lavoro con tutto l’entusiasmo possibile anche di più. Per il resto, vorrei poter scrivere altre mille e mille storie. Scrivere è anche, forse soprattutto questo: trovare stimoli in continuazione e, soprattutto, andarseli cercare, porsi in modalità ricettiva 24 ore su 24 e afferrare tutto ciò che ci ruota intorno e che è racconto, stimolo, spunto, storia interessante. Il cassetto è pieno di spunti e di idee. Ma ci vorrà tempo, pazienza… e una buona dose di testardaggine per trasformare il tutto in progetti reali su cui lavorare. Anche perché poi bisognerà fare i conti con le proposte di lavoro che da settembre cominceranno inevitabilmente ad arrivare e a… scompaginare i piani, com’è giusto che accada.

5) Quale sceneggiatore, presente o passato, ti piacerebbe poter conoscere e cosa vorresti dirgli? E, quale sceneggiatura ti avrebbe fatto piacere scrivere?

Potessi scegliere, sicuramente vorrei conoscere uno sceneggiatore del passato: Rodolfo Sonego. Mi piacerebbe farmi raccontare nei dettagli tutto il suo percorso, dall’esperienza partigiana, a soli 22 anni, con il nome di battaglia “Benvenuto Cellini”, ai primi passi a Roma, in un’Italia in piena ricostruzione. Gli incontri con gli sceneggiatori e i registi dell’epoca, in quel fermento magico che fu terreno di coltura per il nostro grande cinema. Gli chiederei di spiegarmi il suo metodo di lavoro, la capacità di osservare il mondo e di capire e, spesso precedere, l’evoluzione dei costumi e le svolte antropologiche del Paese. Mi farei raccontare quel periodo magico della commedia all’italiana, intrisa di amaro, così acida e dolce allo stesso tempo. Mi farei raccontare com’è nata l’idea di capolavori come “Una vita difficile” e “Il sorpasso”, la sua amicizia con Rossellini prima e Fellini poi, il sodalizio con Alberto Sordi. I rapporti di lavoro tra sceneggiatori, un tempo solidali e collaborativi tra di loro. E come ha vissuto il cambiamento dei tempi, il passaggio dal cinema al piccolo schermo, col graduale svilimento dell’importanza della storia, sostituita dalla ricerca di attori di fama che accentrassero e indirizzassero il prodotto finale. Mi farei raccontare aneddoti di vita e di lavoro e… sicuramente gli chiederei di scrivere insieme almeno un soggetto. Oltre a questo, gli chiederei di leggere una mia sceneggiatura e di darmi un giudizio, qualche suggerimento.

Quanto alle sceneggiature che avrei voluto scrivere, sono davvero molte. Fanno parte di un ventaglio che racchiude almeno cinquant’anni di cinema e fiction. Potrei citare svariati film, da “Il sesto senso” a “Blade Runner”, da “L’attimo fuggente” a “Il sorpasso”, appunto. Potrei scegliere “Parasite” oppure “Schindler list”, “La strategia della lumaca”, delizioso film colombiano assolutamente geniale, “Goodbye Lenin”, “Collateral beauty”, “Million dollar baby”. Oppure potrei attingere dalla serialità e… invidiare la scrittura di serie come “Mad Man”, “Il metodo Kominsky”, Breaking bad”, “The crown” e tantissime altre che ho amato, viste, riviste e analizzate. Potrei continuare per ore. Però, a questo punto, preferisco fare rifermento al genere fiction televisiva, che sento più vicino al mio vissuto, e scelgo una serie che reputo fondamentale: “La piovra”. Andata in onda per la prima volta nel 1984, La piovra ha rivoluzionato l’idea di sceneggiato in Italia, aprendo prepotentemente la strada alle fiction future e, spesso, anche a quelle attuali. Le sceneggiature erano quanto mai cinematografiche, richiedendo l’uso di un girato non più statico ma dinamico, denso di tagli e cambi di scena. La struttura del racconto seriale era di una modernità ancora oggi sconvolgente ma, soprattutto, per la prima volta in assoluto, veniva raccontata la mafia, senza timori o veli ipocriti, la violenza mostrata con realismo, senza paura di impressionare il pubblico. Di conseguenza, anche la recitazione degli attori si avvantaggiò in credibilità, finalmente meno teatrale e ingessata com’era stata fino ad allora. Massimo De Rita, Nicola Badalucco e Lucio Battistrada, gli sceneggiatori della prima stagione, aprirono un nuovo filone di racconto, segnando una vera e propria scriminatura col passato. Non è un caso, se la La Piovra arrivò alla decima stagione, primo caso in assoluto in Italia. Di conseguenza, come autore televisivo, sarei stato orgoglioso di averla scritta.

5+1) Raccontati in un racconto.

Ho iniziato a parlare a 10 mesi e a camminare a 11. Testimoni oculari tuttora vivi e vegeti, infatti, possono confermare che a soli 11 mesi muovevo già i primi passi e che, intorno ai dieci, io abbia pronunciato la mia prima parola: “Ida”. Era il nome della mia nonna paterna.

Mia madre si sentì tradita, inutile sottolinearlo. Per molti anni mi ha rinfacciato la precoce impresa: “Ma come, ti metti a parlare per la prima volta e invece di dire ‘mamma’ chiami mia suocera?”. Non credo me l’abbia mai perdonata.

Comunque, era chiaro che io andassi di fretta, sia nel camminare che nel parlare. Poi avvenne un fatto, proprio intorno agli undici mesi. Nel bel mezzo di un agosto assolato, come gli stessi testimoni oculari giurano, pare che io abbia pronunciato la parola: “appetta”.

Che poi voleva dire: aspetta. E’ probabile, quindi, che dopo la fretta iniziale io abbia cominciato ad apprezzare la lentezza. Da quel momento, infatti, la mia vita si è svolta in un perenne ritardo.

A 25 anni ho capito che non mi sarei mai laureato in Medicina e Chirurgia nonostante un buon numero di esami superati, naturalmente in ritardo.

Ho dovuto attendere i 36 anni per scoprire che non ero affatto portato per il lavoro di ufficio e così ho iniziato a scrivere sceneggiature a 37 anni suonati.

Seguendo un percorso di coerenza, ho iniziato a fumare a 41, mi sono sposato a 43 e ho avuto la mia prima figlia a 44 anni, ma solo grazie alla determinazione e alla velocità di mia moglie.

Evidentemente, però, accumulare i suddetti ritardi non mi bastava.

E così ho deciso di esordire alla regia televisiva a 52 anni e di iniziare a scrivere il mio primo romanzo alle soglie dei 59.

Eppure, a contrasto con tanta lentezza, le scelte fondamentali della mia vita sono state prese sempre con una velocità spiazzante, da un giorno all’altro. La più clamorosa è proprio la scelta che riguarda la scrittura. All’epoca lavoravo presso l’ufficio stampa di un sindacato agricolo, seguivo le fiere, i convegni di allevatori e poi redigevo le cronache di quegli eventi, girando l’Italia molto spesso, da nord a sud. Ogni settimana, partecipavo all’impaginazione del settimanale riservato agli iscritti del sindacato, con una tiratura di quasi 40mila copie. Un lavoro movimentato che, però, mi dava la sensazione di essere parcheggiato in una provvisorietà tangibile, nonostante il mio contratto fosse a tempo indeterminato. Il richiamo alla scrittura si faceva sentire in maniera sempre più pressante e, parallelamente, sentivo il bisogno di approfondire la tecnica narrativa, i segreti del mestiere. Mi iscrissi, così, a un corso di sceneggiatura tenuto da Stefano Reali, sceneggiatore e regista emergente. Avevo visto il suo film d’esordio: “Laggiù nella giungla” e mi era piaciuto moltissimo. In più sapevo che aveva ricevuto una nomination agli Oscar, per il suo cortometraggio “Exit”, un vero e proprio gioiello. Quindi mi iscrissi al corso, che durava 3 mesi con due incontri settimanali. Durante le lezioni, sentivo crescere la netta sensazione di essere al cospetto di qualcosa che era già dentro di me, ma che ancora non ero riuscito a riconoscere. Non si trattava di talento, ma di predisposizione a entrare nella logica della costruzione di un racconto strutturato con regole precise, dalle quali, però, poteva scaturire una creatività libera, totale.

Terminato il corso (che comprendeva anche molte esercitazioni e la scrittura di un piccolo soggetto originale), Stefano Reali mi disse che, a suo parere, avrei dovuto continuare a scrivere, avrei dovuto provarci con tutte le mie forze, crederci. Ecco, a quel punto scattò in me l’immediatezza. Tornai a casa, ci pensai tutta la notte… e l’indomani presentai le mie dimissioni dal lavoro. Non ero sposato, non avevo figli. L’unica responsabilità che sentivo era nei confronti di me stesso. E, nel corso della notte, avevo capito che se avessi rinunciato a fare il grande passo, me ne sarei pentito per tutta la vita. In fondo, ero bravo a cucinare (mia grande passione), ero anche un discreto batterista jazz con un passato lavorativo alle spalle. Nella peggiore delle ipotesi, avrei potuto lavorare nella cucina di un ristorante come “aiuto”, oppure riprendere le bacchette e tornare a suonare nei locali notturni di Roma. Insomma, in qualche modo, avrei trovato quel minimo di sostentamento per andare avanti e ricostruirmi dopo un eventuale fallimento.

Incassai la liquidazione dal lavoro “sicuro”, che mi sarebbe servita come “serbatoio” per andare avanti nei primi tempi, affrontati lo scoramento dei parenti, la paura di aver fatto un passo sbagliato che mi avrebbe condotto alla rovina… e cominciai a lavorare proprio con Stefano che mi prese come assistente volontario. In quel periodo ho imparato tantissimo, ho letto e scritto in continuazione, una vera e propria full immersion nella bottega dello sceneggiatore. Ho lavorato come cameriere in pizzeria, ho fatto l’attacchino nel corso di lunghe notti gelide. E’ stata un’esperienza che ancora oggi ricordo con grande nostalgia, una sorta di bagno di umiltà che arricchisce la vita, che riempie il bagaglio d’esperienza necessario, a mio avviso, a chi vuole affrontare il mestiere della scrittura. Poi sono arrivati i primi contratti, soprattutto con la Titanus, storica casa di Produzione che vanta film come “Il Gattopardo”, “Rocco e i suoi fratelli”, “La ciociara”, “I soliti ignoti” e tanti altri. Oltre a Stefano Reali, ho trovato in Goffredo Lombardo, produttore immenso, un vero e proprio mentore che mi ha spianato la strada del lavoro.

Ormai sono trascorsi quasi 30 anni, da quell’inizio. E quest’anno ne compirò 65. Il tempo è volato in un soffio. Eppure, ancora oggi, ogni volta che approccio una nuova scrittura, mi sento sotto esame. Una sorta di “miracolato” che deve dimostrare di saper scrivere, come se fosse alle prime armi. E’ una sensazione che spero di non perdere mai, perché credo sia la base necessaria per affrontare il lavoro con il massimo delle energie e dell’entusiasmo. Vedremo cosa mi porterà il futuro…

Grazie, Salvatore B., per la grande “impressione” che scaturisce dalle tue risposte. Complimenti per il tuo cammino tra le parole, davvero ammirevole. Canestrini per tutti i tuoi progetti futuri e presenti, di uomo e di autore.

Grazie per l’attenzione, grazie a chi ha avuto la pazienza di leggere l’intervista e un abbraccio forte a tutti.

Non ho un sito web. Per contattarmi, credo che il modo più semplice sia scrivermi sulla mia pagina Facebook.

cc  CSide Writer – Salvatore Stefanelli  

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...