C-Cinque + 1 – Improbabili – Dopo la notte, arriva sempre il giorno

CCinque + 1 le cinque domande +1 di Salvatore Stefanelli

Cinque domande + una al proprio creatore

Dopo la notte, arriva sempre il giorno.

(di Oriana Ramunno)

A Roald piaceva volare.

Gli piaceva planare sopra i granelli sottili e caldi del deserto, appena sotto la luna argentea. Gli sembrava che, ad allungare un po’ le dita fuori dal finestrino dell’aeroplano, avrebbe potuto afferrarla: somigliava a una pesca gigante nel cielo notturno, matura al punto giusto.

Sotto l’abitacolo, i motori rombavano e le dune scorrevano veloci.

A quel punto del sogno si sentiva un rumore, uno scoppio forte, come un sacchetto di plastica gonfiato e poi schiacciato tra le mani. E in quel momento, sempre e solo in quel preciso istante, appariva lei: minuta, con il viso a forma di cuore e candido come un lenzuolino lavato di fresco, stava seduta sul posto passeggeri di fianco a lui. Le trecce ordinate cadevano sul vestito azzurro, quello delle feste.

Ora ti schianterai” gli diceva. “Batterai forte la testa e rimarrai cieco per tre mesi. Hai paura?”

Lui la guardava con gli occhi sgranati che dovevano sembrare quelli di un gufo. Aveva paura, sì. Chi non ne avrebbe avuta? Gli aviatori sono uomini come altri, non sono dei giganti, anche se vedono la Terra da una prospettiva privilegiata, a metà tra il mondo degli umani e quello di Dio.

A quel punto del sogno, e sempre e solo a quel punto, lei sorrideva. “Non temere” lo rassicurava. “Dopo la notte, arriva sempre il giorno.”

L’aereo, allora, andava giù in picchiata. Rombava nella notte, barriva come un elefante imbizzarrito, affondava il muso nella sabbia e mille granelli minuscoli si spargevano nel lucore della luna piena.

Il buio divorava tutto come una bocca affamata.

No! – Roald urlò, tirandosi a sedere. Aveva il pigiama appiccicato di sudore.

Si guardò attorno. Non era nella sua stanza. C’era uno strano odore, nell’aria, come di una zuppa andata a male, ma non era solo quello a fargli girare la testa. C’era qualcos’altro, a disturbarlo: tutto era enorme, più grande di qualsiasi altra cosa avesse mai visto in vita sua.

Un occhio lo fissò con insistenza. Si allontanò quel tanto che bastò per permettergli di vedere meglio.

Nella penombra si delineò qualcosa.

Una cosa enorme, magrissima e oscura.

Avevi un troglogoblo in testa! – esclamò il gigante scuotendo un barattolo di vetro. All’interno, la massa oscura piroettò su se stessa sputacchiando lampi rossi.

Un che? – Roald si massaggiò la faccia. La creatura lo fissava muovendo le orecchie ai lati della faccia grinzosa.

Un in-cubo! – specificò il gigante. – E chi era la babbina del tuo in-cubo?

Olivia – balbettò Roald, confuso. – Era mia figlia… E quello, – indicò l’agglomerato rosso nel vasetto, – non è solo un incubo. È il ricordo di un vecchio incidente… Ma che ci faccio qui?

Scorse con lo sguardo le mensole e i barattoli allineati con cura, tra cui il gigante depose anche il suo troglogoblo piroettante.

Che ci fa tu qui? – sembrò meditare la creatura. Si adagiò sulla gigantesca sedia e lo studiò. – Tu ha creato me, e io era curioso di vederti. Così io ha preso te e ha portato nel paese dei giganti. Ma non tremare, non avere paura! Tu mi ha scritto, e tu sa bene che io non sono canniballo e assassinistro come Crocchia-Ossa o San Guinario!

Roald boccheggiò. Quella storia era custodita su un taccuino, scritta a mano, e ancora non si era deciso a darla al suo editore.

Sei il Grande Gigante Gentile? – farfugliò.

Esatto! – esultò quello. Saltellò e la caverna si fece tutta un tremore. – Io ogni notte galoppa in gironzolo per soffiare sogni – aggiunse, brandendo una tromba dallo stelo lungo e sottile come il gambo delicato di un fiore. – Ma io è solo. Molto solo. Io ha bisogno di un amicollo. Per questo io ti ha portato qui! Per avere un amicollo e farti delle domandelle.

Va bene, ascolta… – Roald balzò in piedi, in preda alla preoccupazione. – Non posso stare con te. Ho una moglie, dei figli… non posso lasciarli da soli! Risponderò alle tue domande, ma poi dovrai riportarmi a casa. Intesi?

Il GGG si strinse nelle spalle e annuì. Aggrottò la fronte in profonde pieghe simili a onde sulla battigia e si chinò per fissarlo. – Perché tu ha creato me?

Eri un racconto per mia figlia – confessò Roald.

Oliva?

Olivia – lo corresse lui. – La sera, prima di andare a letto, le raccontavo le avventure di un gigante grande e gentile, che cattura gli incubi e soffia i sogni nelle orecchie dei bambini…

Il GGG allungò un sorriso soddisfatto. – È io – sussurrò, quindi tornò serio. – E come tu ha fatto a sapere dove vivono i grandi giganti? È posto segreto per tutti i popolli della Terra! Deve essere stato difficiloso scrivere questa storia!

Vedi, – esclamò Roald, – quando mi sono schiantato col mio aereo, durante la guerra, ho battuto la testa e perso la vista per tre mesi. Durante tutto quel buio, ho scoperto cose che mai avevo visto: pesche enormi, fabbriche di cioccolato e giganti come te. Credo che la botta abbia cambiato l’emisfero che ho sempre usato…

L’emisferrio?

Roald annuì. – Ho sviluppato una fantasia che prima non possedevo.

Però tu scrive male – obiettò il gigante. – Tu mi ha fatto solo, senza amicolli. È colpa tua se tu ha creato giganti assassinistri e cattivolli. Perché tu non li ha fatti tutti gentili come me?

Roald si leccò le labbra. – Ecco, vedi… Ci sono delle regole, nelle fiabe. Sono regole precise. Per ogni protagonista ci vogliono degli antagonisti.

Ma io non vuole anta-noghisti. Io vuole un amicollo!

Gli antagonisti sono importanti! – insistette Roald. – Se proprio devo dirla tutta, non sono i tuoi compagni cattivi e sanguinari che cambierei della tua storia.

E cosa? – si indispettì il GGG. Sbuffò e Roald sentì il refolo investirlo, simile a una raffica di vento sulle scogliere inglesi. – Cosa tu vuole cambiare?

Ti farei trasferire a Londra per costruire una fabbrica di sciroppio!

Il GGG gongolò. – Così tutti i popolli della Terra potrebbero bere sciroppio e fare scoppiettante musica dal popò! – Nel dirlo afferrò la bottiglietta con il liquido verde. Le bollicine frizzavano in giù invece che su, ed era facile intuire che il risultato di una bevuta non sarebbe stato un rutto. – Allora tu scriverà altre storie di me che apro una fabbrica?

No, mi dispiace. Devo ancora pubblicare il tuo libro – ammise Roald. – Non credo ci sarà posto per una seconda avventura, ho tante altre storie che premono in testa per uscire…

Allora io rimarrà senza fabbrica e senza amicolli.

Ma tu l’avrai, un’amica, – lo rassicurò lui rimettendosi a sedere. Saettò uno sguardo al cetriolo brulicante di vermi poco distante, sulla tavola. – Visto che sei vegetariano, ho deciso di affidarti una bambina. Un’amica speciale.

Una babbina? E come tu la chiamerà?

Sofia.

È un nome stranello, ma va bene. – Il GGG si accigliò. – Certo, io farà brutta figura con questa babbina, perché tu ha dato a me questo modo di parlare così confusionato.

Oh! – Roald sentì una risata calda e sincera risalirgli dalla gola. – L’ho fatto perché Olivia, da piccola, parlava proprio così!

E lei ora è grande? – Il gigante allargò gli occhi, come uno che ha colto un dolore antico nella risata di qualcuno.

È morta a sette anni di morbillo – rispose Roald. – Si è addormentata mentre le raccontavo di te, e non si è svegliata mai più. Ora vola tra la sabbia del deserto e la luce argentea della luna, sopra la terra dei giganti…

Io ha un’idea. – Il GGG balzò in piedi e lo afferrò in un pugno. Roald sussultò. – Tu fa sempre quell’in-cubo di quando tu ha precipitato col tuo aereoplanno. Io cancella in-cubo e regala a te il più bel sogno mai creato, un lampone-di-genio! Se fossi io a scrivere una storiella storiosa su di te, che storiella sarebbe?

Una storia su Olivia – disse Roald, senza indugio.

Il gigante lo posò su uno scaffale. Prese dei barattoli, in preda a una frenesia palpabile, e ne versò il contenuto in un contenitore più grande. Lampi verdi e azzurri illuminarono la caverna.

Frulliamo tutto! – esclamò trionfante, e con un frullino fece roteare il sogno in scariche elettriche che erano come risate. Lo infilò nella trombetta e glielo soffiò forte nell’orecchio.

Roald chiuse gli occhi. Il GGG aveva ragione: quello non un troglogoblo, ma il più bel sogno di sempre. Un vero lampone-di-genio da raccontare a tutti.

L’AEREO ATTERRA NEL DESERTO PLANANDO SULLA MANO DI UN GRANDE GIGANTE GENTILE, CHE LO POSA TRA CHICCHI DI SABBIA CHE FANNO IL SOLLETICO. LUI E OLIVIA ESCONO DALL’ABITACOLO E SI METTONO A CORRERE SULLE DUNE CALDE INSIEME AL GIGANTE. A OGNI LORO PASSO NASCE UN FIORE. CON LE COROLLE PROFUMATE OLIVIA SI FA UNA COLLANA. SALTA E SORRIDE DI GIOIA, GLI SI AGGRAPPA AL COLLO CON LE MANINE E POI SI ARRAMPICA SUL GIGANTE PER SEDERSI SULLE SUE ORECCHIE.

CORRONO INSIEME FINO ALL’ALBA CHE SPUNTA OLTRE I DOSSI DEL DESERTO. LA LUCE SCIVOLA LENTA, BAGNA D’ORO IL CIELO E SALUTA LA LUNA CHE VA A DORMIRE. IL SOLE SORGE MERAVIGLIOSO, FORTE E GENTILE COME UN GIGANTE. IL GGG, ROALD E OLIVIA SI DANNO LA MANO E AMMIRANO A BOCCA APERTA QUEL MIRACOLO.

DOPO LA NOTTE, ARRIVA SEMPRE IL GIORNO.

 

 

cc  CSide Writer – Oriana Ramunno

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