C-Cinque + 1 – Improbabili – You have to belong: L’America di Simenon

CCinque + 1 le cinque domande +1 di Salvatore Stefanelli

Cinque domande + una al proprio creatore

You have to belong: l’America di Simenon

di Massimo Tivoli

Lakeville, 14 dicembre 1951

I colpi assestati dai martelli della Royal rimbombavano nello studio, dove aleggiava l’odore di fumo di pipa. Le dita pestavano svelte sui tasti.

Lo scrittore più veloce della sua ombra”.

Odiosi cliché – si disse Georges, dopo aver ripensato a una delle tante frasi sensazionalistiche che aveva letto sui giornali.

Il fenomeno Simenon”.

Ma di che parlavano? Di fatto, lui non l’aveva mai conosciuto, quel fenomeno.

Una goccia di sudore gli solleticò una tempia. Caldo? No, fatica, concentrazione. Un “romanzo duro” non era come un Maigret.

All’improvviso qualcosa simile a un refolo di vento sparse sul tavolo una manciata di fogli scritti a macchina. Provenivano dalla cima della pila che stava di fianco alla Royal.

Merda!

Eppure la porta dello studio e le finestre erano chiuse. Georges si affrettò a risistemare i fogli e rivolse lo sguardo alla vetrata, oltre la quale si scorgeva il laghetto e, poi, il precipizio. Ma, insieme all’ambiente bucolico e isolato in cui era immersa Shadow Rock Farm, c’era qualcos’altro: un’ombra senza padrone macchiava il manto nevoso al di là del vetro. Incredulo, Georges si stropicciò gli occhi. E dire che non si ricordava di aver bevuto, quel giorno: l’ombra si stava alzando, trasformandosi a poco a poco in un uomo. Come un fantasma, quello attraversò il vetro, entrando nello studio.

Tu… – mormorò Georges.

Segaligno, spalle incurvate, e un’agghiacciante rassegnazione negli occhi, l’altro sbatté i piedi sul tappeto, facendo crollare a terra residui di neve. – Sì, io.

Spencer Ashby…”

Senza smettere di fissarlo, Georges prese la pipa e tirò una profonda boccata.

Ashby avanzò, sistemandosi sulla sedia prospiciente la sua. – Vogliamo parlare di quello che stai per farmi fare?

Guarda che non l’ho deciso io, l’hai deciso tu.

Oh, andiamo, sei tu lo scrittore, tu che muovi i fili.

Georges appoggiò la pipa sul piano, allineata con le altre sei già preparate. – L’ambientazione, i personaggi, e l’inizio mi sono sempre chiari. Tutto il resto, lo decido in corso d’opera. Per il finale, considero un po’ di alternative, ma non so a priori dove mi porterà una storia. Quello lo decidono i personaggi, persino il titolo.

Ashby agitò una mano in aria come per scacciare una mosca. – Raccontala ai giornalisti, ’sta balla. Ti piace stare al centro dell’attenzione, eh? – Il tono della voce era maligno. E sì, quello era proprio l’Ashby dell’ultimo capitolo. – Vai raccontando in giro la tua vita come se fosse un romanzo. Ma diciamoci la verità: quello che sto per fare non l’ho deciso io né tu. Non l’ha forse stabilito la comunità, dall’alto del suo senso di appartenenza?

You have to belong…”

Nei sei anni trascorsi in America, quello era diventato un ritornello fin troppo assillante e stonato. Soprattutto da quando si era stabilito a Lakeville, con l’intenzione di fare sul serio. Ci aveva provato, eccome se lo aveva fatto, illudendosi più volte di esserci riuscito… ma, per tutti, lui sarebbe sempre stato quello che viveva con l’amante, dividendosi tra quest’ultima e la cuoca, e costringendo l’ex-moglie a vivere a non più di dieci chilometri da quel ménage à trois. Sarebbe sempre stato il misogino puttaniere.

Dunque – continuò Ashby, interrompendo il flusso dei suoi pensieri, – dimmi perché ti è venuto in mente di scrivere di me. E vedremo chi l’ha deciso…

Georges sospirò. – Lakeville inizia a starmi stretta. L’America mi ha permesso di rinnovare i personaggi, le situazioni, ma mi sono stufato del perbenismo di facciata, dell’appartenere, del farsi accettare.

Non sei riuscito a integrarti, vero? – gli chiese Ashby, tradendo una nota di comprensione.

No, ci sono riuscito, ma non appartengo a nessun ambiente. – Georges strinse i pugni. – E non “voglio” appartenere.

Da ostile che era, l’espressione sul volto di Ashby si stava ammorbidendo. – Immagino che tu non abbia avuto difficoltà a ideare l’ambientazione, o a caratterizzare me e gli altri personaggi. Anche se credo pure che non sia facile, per te, scrivere di noi.

Touché, amico mio.

Amico…”

Georges ne aveva tanti, ma nessun amico vero. – La tua ambientazione è Lakeville – riprese, – ma sotto falso nome. E i personaggi, be’, si rifanno ad alcuni dei suoi abitanti, che io ho osservato a lungo… – S’interruppe, precipitando nel ricordo di un articolo sul Lakeville Journal.

Passa per una sorta di voyeur. E la cosa non è accettata di buon grado, dato che lui non partecipa alla vita cittadina. Spia le persone, prende qualcosa della loro personalità, ma non dà niente in cambio. Tutti sentono che il giorno in cui non ci sarà più niente da prendere se ne andrà.”

Gli dispiaceva ammetterlo, ma quanto erano vere quelle parole! Il romanzo che stava scrivendo ne mostrava tutti i sintomi. Tra lui e Ashby non c’era differenza. Anche Georges, alla fine, avrebbe fatto quello che la comunità si aspettava che lui facesse.

A cosa pensi? – lo risvegliò Ashby.

Georges sorrise. – A te.

Oh – si sorprese l’uomo, una scintilla di orgoglio negli occhi. – Dopo questo romanzo, scriverai ancora di me?

Georges lo osservò a lungo. Quella non era una domanda semplice. Quella era “la” domanda. – Non credo di poterti riusare.

Ashby sgranò gli occhi. – Vuoi dire che…

Ma no – lo interruppe Georges, sorridendo all’idea che lui avesse pensato che la storia si sarebbe chiusa con la sua morte. – Tu non sei Maigret… – Fece una pausa, non appena Ashby si oscurò in volto. – Non è che io non ti possa riusare, io non “voglio”. Lascia perdere la pigrizia mentale dei lettori medi. La serialità del personaggio è per i soldi facili. Tu sei parte di qualcosa di più ambizioso: la serialità tematica.

Va be’, ho capito. – Ashby si alzò. – Mi stai indorando la pillola.

Ascolta. – Georges lo pregò di risedersi con un cenno della mano e l’altro eseguì. – Tu rappresenti la solitudine, l’incomunicabilità, l’evasione dalla quotidianità, il marchio infamante dell’etichetta, la delusione per il rigetto sociale. Tu sei l’uomo della strada, incapace di vivere con la sola persona che conti per lui: se stesso. Sei l’uomo pronto a cadere nel baratro appena arriva sull’orlo della saturazione psicologica. Scrivo da sempre di te, e continuerò a farlo.

Ashby arricciò le labbra, mostrandosi non del tutto convinto. – C’è qualcosa che non ti soddisfa di me? Sei in tempo per cambiare, no?

Georges sentì il cuore riempirsi di tenerezza. Una sensazione rara, per lui. Solo i suoi figli gli facevano quell’effetto. Ma non era anche Ashby un suo figlio? – Se la tua storia non mi avesse soddisfatto, non starei qui a scriverla. Okay, qualche volta l’ho fatto con Maigret. Ma te l’ho spiegato…

Ashby prese a sventolarsi una mano davanti alla faccia. – Che caldo. – Sudava gocce d’inchiostro. Queste cadevano sul tavolo, strisciando come girini verso la pila di fogli. L’uomo stava per essere a poco a poco riassorbito dal suo mondo. – Mi resta poco, ma se potessimo invertire i ruoli e fossi io a scrivere di te, che tipo di storia sarebbe?

Georges avvertì un peso sul petto, che sembrò risalirgli in gola con il sapore di fiele. La morte di suo fratello, la colpa che sua madre gli aveva addossato, lancinante, le beghe legali causate dalla pubblicazione di “Pedigree”, la sua ex-moglie e quella attuale, con cui non faceva altro che inferocirsi. Quanto gli pesava tutto questo… – Assomiglierebbe a qualcosa tra la farsa e la tragedia – mormorò. – Sarebbe una storia simile alla tua.

In che cosa?

Nell’essere il racconto di un uomo che per quanto cerchi di scrollarsi di dosso i pregiudizi e l’appartenenza a chiese, club, sette, partiti, a questa o a quella comunità, continua a scontrarsi con la prova che gli altri sono capaci di farti credere di essere chiunque, persino un assassino. E, alla fine, ci credi così tanto che lo diventi.

Già… la A con cui mi hanno marchiato la parete di casa mi ha cambiato.

Georges annuì: Ashby si stava riferendo a una scena che lui aveva scritto il giorno prima.

Sono come morto e rinato – continuò l’altro. – Diverso. Libero, forse… – Era ormai ridotto a una sagoma grondante nero. – Prima che me ne ritorni lì – con un’alzata di mento indicò la pila di fogli, – raccontami qualcosa del mio futuro che non sta in nessun romanzo.

La porta della cella venne chiusa alle sue spalle in un clangore metallico. Guardandosi intorno Spencer Ashby valutò che la stanza misurasse all’incirca tre metri per due. All’interno soltanto un letto, un tavolo, un lavandino e un water addossato al muro di fondo, tutti sudici. La puzza di fogna era pregnante. Ma non gli interessava, non gli rivoltava lo stomaco, non gli toglieva il fiato, non si sentiva di svenire per la paura, o di desiderare di farla finita, perché il detenuto 66 non sentiva più niente.

Che strana coincidenza, il suo numero di matricola era uguale ai Maigret che Georges aveva scritto fino a quel momento.

Quando si sedette sul letto, testa piegata da un lato e sguardo vacuo, 66 aveva già dimenticato il suo nome. Meglio essere un numero, asettico, indifferente. Ma era pur sempre un essere umano, e c’era ancora una cosa capace di fargli ribollire lo stomaco dalla rabbia. Tutto il processo aveva girato intorno alla morte di Belle, e l’omicidio di Anna Moeller era quasi passato inosservato, come se si fosse trattato di una specie di incidente di percorso, di un’ovvia implicazione logica, che sarebbe stata dimenticata presto. Ma non l’omicidio di Belle, guai! Quello aveva rappresentato la prima crepa aperta nell’inossidabile tessuto della comunità. Ed era per quella inaspettata discrepanza che si era cercato un colpevole, con una tenacia ossessiva, invasata, fino a crearlo dal nulla. Dopo tutto, l’importante non era punire il reale assassino, era trovarne uno, ma occupandosi prima di emarginarlo all’esterno della comunità. E mica il colpevole poteva essere uno di loro…

Avevi ragione, Georges – si disse tra i denti. Si sarebbe dovuto abituare a parlare da solo, a sentire solo il suono della sua voce. – Le nostre storie sono simili.

E già, perché il detenuto 66 sarebbe stato ricordato soprattutto per l’omicidio di Belle Sherman, e non per l’unico che lui avesse realmente commesso.

66 accennò un sorriso. – Un po’ come te, Georges. Che probabilmente, per la gloria di Maigret, sarai ricordato soprattutto come scrittore di romanzi polizieschi.

Ashby era ormai sparito, risucchiato fino all’ultima goccia d’inchiostro dai fogli impilati sul tavolo. Georges sfilò quella mezza pagina di racconto dal cilindro della Royal. Non la rilesse nemmeno. L’appallottolò e la buttò nel cestino sotto al tavolo. Quindi riprese a fare quello che stava facendo prima dell’arrivo di Ashby. E al diavolo quello che avrebbero pensato gli abitanti di Lakeville nel leggere il romanzo!

Ora lo sapeva, si sarebbe intitolato “La morte di Belle”.

 

cc  CSide Writer – Massimo Tivoli

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