C-Cinque + 1 – Improbabili – Il docente di magia nera

CCinque + 1 le cinque domande +1 di Salvatore Stefanelli

Cinque domande + una al proprio creatore

IL DOCENTE DI MAGIA NERA.

WOLAND INCONTRA BULGAKOV

di Davide Del Popolo Riolo

Il docente di magia nera apparve come d’improvviso. Se qualcuno fosse stato presente, in quel momento, avrebbe visto l’aria farsi densa e proprio da lì emergere la sua figura trasparente.

Come sapete, coloro che l’hanno visto ne danno descrizioni molto differenti. Per alcuni è piccolo di statura, con denti d’oro e zoppo dalla gamba destra. Per altri è un uomo alto, con i denti incapsulati di platino e gobbo dalla gamba sinistra.

Naturalmente nessuno sa quale sia il suo vero aspetto, ammesso che ne abbia uno. Quel giorno però, un osservatore un po’ più preciso di chi lo frequenta di solito avrebbe notato che non era affatto zoppo, la statura non era né piccola né eccezionale ma semplicemente alta. Quanto ai denti, a sinistra aveva le capsule di platino e a destra d’oro. Indossava un abito grigio costoso e scarpe italiane della stessa tinta dell’abito. Portava un berretto grigio tutto da un lato e sotto il braccio un bastoncino con il pomo d’oro a forma di testa di cane. Gli si potevano dare quarant’anni o poco più: la bocca leggermente storta, il volto rasato alla perfezione, bruno, un occhio nero, il destro, l’altro stranamente verde. Sopracciglia nere, una più alta dell’altra.

Ecco, questa è una descrizione attendibile. O forse no perché, come sapete, con lui non c’è mai nulla di certo.

Lo strano individuo si guardò attorno, come se non fosse sicuro di dove fosse capitato, poi sospirò, con un certo disappunto.

Era l’alba e l’uomo si mosse, nello splendore dei primi raggi del mattino, attraversando un ponticello di pietra coperto di muschi. Il ruscello rimase alle sue spalle e si avviò lungo una strada sabbiosa. Davanti a lui vide una casa modesta, tra gli alberi, con una finestra trifora e la vite che s’avvolgeva e saliva sino al tetto.

Quando arrivò davanti alla porta d’ingresso quella si aprì e un uomo apparve sull’uscio. Aveva i capelli chiari, tirati tutti indietro sulla fronte stempiata, i lineamenti magri e le labbra erano appena una linea sottile. Indossava una giacca da camera scura e una cravatta intonata che gli davano un aspetto elegante anche se non ricercato.

«Michail Afanasievic» disse il docente di magia nera.

Il padrone di casa lo guardò, sul volto un’espressione insieme spaventata e soddisfatta. «Lei!» esclamò. «Sapevo che sarebbe venuto. L’ho sognato, credo. O forse no, ma comunque lo sapevo.»

«Capita di rado che io appaia senza essere atteso» Annuì quello. «Posso entrare, Michail Afanasevic?»

L’altro fece cenno di sì, in modo affrettato, spalancando la porta. «Naturalmente, naturalmente, dopo tutto… posso continuare a chiamarla Woland?»

Sul volto del nuovo arrivato il sorriso beffardo si ampliò. «Mi hanno chiamato in molti modi, questo non è il peggiore.»

«Si accomodi, prego…» Bulgakov, questo era il cognome di Michail Afanasievici, guardò alle spalle dell’ospite. «È venuto da solo?»

«I miei consueti accompagnatori avevano altro da fare. Non ha idea di quanto siano impegnati Azazello, Fagot e Behemot di questi tempi, mio caro signore, non hanno un attimo di tregua. Hanno persino cominciato a richiedere un aumento di stipendio!» e rise, in quel suo modo beffardo.

Lo scrittore accompagnò Woland in un modesto salottino, lo fece accomodare e sedette davanti a lui, muovendo le ginocchia nervosamente. Lunghe rughe si formarono sulla sua fronte spaziosa.

«Come si trova qui, mio caro amico?» chiese d’improvviso quell’altro, guardandosi attorno con aria delusa.

Bulgakov sorrise in modo forzato. «Bene, molto bene, sono in pace, com’è giusto che sia. Ci sono problemi, è successo qualcosa?» D’improvviso parve intimorito.

Woland sorrise. «Che cosa le viene in mente, caro mio, assolutamente no. Lei non ha nulla da temere da me.» L’altro si rilassò visibilmente. «Sono venuto soltanto perché mi è stato richiesto di farle alcune domande.»

«Domande? Che genere di domande? E chi è che gliel’ha chiesto?»

L’uomo appoggiò il cappello e il bastone sul basso tavolino al suo fianco. «Ah, mio caro signore, lei sa com’è. Ognuno di noi risponde a qualcun altro. Ognuno ha un creatore e io in questo momento ho un creatore che non è lei, che è anzi immensamente meno geniale di lei, e che mi obbliga a essere qui e a rivolgerle delle domande. Lei non capisce, vero? Lo vedo da come mi guarda.» Bulgakov annuì, incerto. «Sappia che neanch’io capisco, ma sono qui, e facciamo questa cosa, dunque. Così potrò tornare ai miei incombenti, che anch’io ho molto da fare, sa? La prima domanda che devo rivolgerle è come le è venuto in mente di scrivere di me. In poche parole, per favore, so che lei a volte è un po’ prolisso.»

Lo scrittore sembrò sorpreso. Sospirò, come a raccogliere le idee, poi disse: «È complicato. La creazione è sempre complicata, frutto di tanti influssi diversi, alcuni cosci e altri no. Lei sa quanto io ami il Faust di Goethe, vero? Certo che lo sa, lei sa tutto di me, come di tutti! Credo che tutto sia partito da lì. E poi a un certo punto ho compreso che l’unico modo che avevo per raccontare il mondo senza logica in cui vivevo era farlo attraverso lei, attraverso una prospettiva, mi scusi se uso questa parola, demoniaca.»

Gli occhi di Woland lampeggiarono ma non commentò la risposta. «E mi dica, ha avuto difficoltà a ideare l’ambientazione in cui calare la mia storia, a caratterizzare me e gli altri protagonisti della vicenda!»

Questa volta Bulgakov rise, brevemente. «Difficoltà? Difficoltà? Lei sa vero che a quel libro ho dedicato decenni della mia vita? Sa quante volte il manoscritto è stato rivisto, quante stesure, quanti tentativi, quante volte ho gettato via tutto, quante volte ho pensato di lasciar perdere? Eppure no, sapevo che questa era l’impresa della mia vita, e ogni difficoltà è stata superata. Ci sono libri che devono esser scritti e, fuori di modestia, penso che il mio appartenga a questa categoria.»

L’altro fece una smorfia. «Posso offrirle qualcosa?» chiese il padrone di casa.

«Non si deve disturbare. È solo questo maledetto ginocchio che ogni tanto mi dà fastidio, soprattutto quando sono reduce da un sabba. Sono sempre più faticosi. E mi dica, ha mai pensato di scrivere altre storie riguardanti me o i miei compagni di avventura?»

L’altro scosse la testa. «Scrivere di voi è stata l’impresa della mia vita. Ha consumato ogni mia energia fino alla fine della mia vita. Tutto ciò che potevo, tutto ciò che volevo, l’ho scritto nel mio romanzo. Ciò che ho tagliato andava tagliato, ciò che è rimasto doveva rimanere.»

«E c’è qualcuno che non l’ha soddisfatta della sua opera, qualcosa che con il senno di poi avrebbe voluto cambiare?»

Le ginocchia di Bulgakov ricominciarono a muoversi. «Quale creatore è completamente soddisfatto della sua opera? Quale non ritoccherebbe qualcosa, non farebbe ancora un’ultima modifica? Ma no, no, a un certo punto bisogna dirsi: ciò che è fatto è fatto, e nulla può essere più cambiato!»

«Una curiosità: se potessimo invertire i nostri ruoli, e fossi io a scrivere una storia su di lei, che tipo di storia vorrebbe?»

Lo scrittore sbarrò gli occhi. Rifletté per alcuni istanti poi cominciò a rispondere, lentamente. «Un’opera teatrale, come sa ho sempre amato il teatro. Le sembrerà strano, ma non vorrei nulla di politico, in un modo o nell’altro ho scritto per tutta la vita di politica. Una storia d’amore, sì, perché alla fine, nonostante tutto, l’amore è l’unica cosa che resta, l’unica cosa importante.»

Woland fece un’altra smorfia. «Ah, l’amore, voi umani ne parlate continuamente… Un’ultima cosa e poi non la disturbo più. Avrebbe voglia di propormi un breve racconto su qualcosa, del mio passato o del mio futuro, che non è ancora noto?»

Bulgakov tacque per lunghi minuti. La sua fronte si corrugò e le dita passarono nervose sulle labbra. Poi cominciò.

Il sole era alto sulla collina del Calvario e le ombre dei tre crocefissi erano corte, quasi invisibili. Il caldo era feroce e le case bianche di Gerusalemme brillavano nella luce intensa del giorno. I legionari erano stanchi e assetati e forse fu per questo che non ti videro, mentre ti avvicinavi. O forse eri tu che non volevi essere visto, chi può saperlo? Guardasti l’uomo che pendeva dal suo supplizio e scuotesti il capo. Lui però ti vide e ti salutò.

– Salute, buon uomo. Sei venuto di nuovo a offrirmi tutti i regni del mondo e la loro gloria? – ti chiese, con un tono incredibilmente allegro.

Tu scuotesti il capo con più vigore. – So come mi risponderesti. Solo una domanda, Nazareno: credi ancora che gli uomini siano buoni?

L’uomo sulla croce sorrise, mentre il dolore gli traversava il corpo. – Lo sono, sì, certo che lo sono. Ne sono convinto più che mai.

Anche tu sorridesti, un sorriso beffardo, e insieme pieno di dolore. Una smorfia attraversò il tuo volto. – Immaginavo che la pensassi così. –

Il caldo fece tremolare l’aria, tu diventasti come trasparente, per poi scomparire.”

Woland ascoltò quelle parole in silenzio. Poi alzò gli occhi al cielo e sospirò. «Michail Afanasiev, che cosa dobbiamo fare di te?» Il salottino dello scrittore si fece d’improvviso caldissimo, l’aria tremolò e l’uomo parve farsi trasparente. Infine scomparve.

 

cc  CSide Writer – Davide del Popolo Riolo

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