C-Cinque + 1 – Improbabili – Panpagnate

CCinque + 1 le cinque domande +1 di Salvatore Stefanelli

Cinque domande + una al proprio creatore

Panpagnate

di Pasqualina Alfieri

Scricchiolava nel silenzio della sera il fuoco nel camino.

Fuori c’era vento e i rami dei robusti pini ora si chinavano fino a terra lasciando tappeti di foglie, ora toccavano il cielo guarnito di nuvole.

Carlo aggiunse altra legna al fuoco, prese uno dei soliti libri che amava leggere e sedette sul divano mentre le fiamme danzanti variavano colori. Indossò gli occhiali da lettura aprì il libro e si immerse tra le parole.

Il vento aprì la finestra, una strana scia luminosa, come per magia, si posò su uno dei tronchi posti nella legnaia accanto al focolare.

Carlo, immerso tra le pagine, non si accorse che qualcosa si muoveva.

”Per tutte le zuppe panpagnate, che succede ai miei rami tagliati!”

Una voce meravigliata proveniva dalla legnaia illuminata.

Il tronco si sollevò: pareva avesse le gambe. Girò su se stesso in un balzo stupito, saltò.

”E tu chi sei?” disse, rivolgendosi alla figura azzurra che lo ammirava compiaciuta.

”Sono la scia della vita, tu ora esisti e puoi lasciare le tue impronte.”

”Posso che?”. Il tronco, meravigliato, pareva non sentisse. Iniziò a esplorare lo spazio che lo circondava, incurante di ciò che lo riempiva. Mentre scorreva da un posto a un angolo, urlava meravigliato e urtava sconcertato.

Carlo, scosso dai rumori, apri gli occhi.

Non una, ne’ due…ma più volte strofinò gli occhi, come per pulire ben bene le pupille.

Non era possibile: un tronco che si agitava per la stanza.

Abbagliato da quel scintillante bagliore turchino, riuscì ad impadronirsi della parola: “Ma tu ti muovi? riesci a spostarti? Ascolti la mia voce?”

Il tronco si guardò intorno: si, era rivolta a lui la domanda.

Spalancò gli occhi, fece una leggera smorfia: “Ti meravigli? Stupisci di ciò che sono? Hai dimenticato da dove sono arrivato? Ero lì (indicando l’ammasso di rami e tronchi), mi hai scelto tu. Mi hai poggiato su quella seggiola accanto a te, hai iniziato a scolpire le mie forme.

Guarda!

Guardami bene”.

il burattino si fece avanti per far notare le sue mani, le sue gambe…e con gli occhi lo fissava mentre si attingeva a scoprire i suoi tratti; si soffermò sul naso che gli destava curiosità.

“Ecco vedi? Mi hai voluto così. Proprio così, un burattino senza fili. Hai raccontato di me come una favola, una favola strana, mi hai fatto vivere scelte senza ragione. Di certo mi dirai che non è così.

Già, a ricordare bene, quel grillo mi assillava con le sue ammonizioni. Io non l’ascoltavo, mi opponevo, lo insultavo e mi lasciava perdere. E Lei, che appariva e svaniva sempre quando smarrivo la strada, mi bacchettava e se rispondevo bugie mi si allungava il naso. Che dire degli altri amici: Lucignolo, un ragazzo che amava solo il divertimento, per lui era sempre festa, non c’erano regole nel paese dei balocchi, solo baldorie. Il gatto e la volpe che mi hanno ingannato approfittando della mia poca conoscenza”.

Si fermò, il burattino, osservò tra le mani di Carlo, puntando il suo indice verso il libro continuò: “Somiglia tanto all’abbecedario che il mio papà comprò, vendendo la sua giacca.

Il mio papà, quante volte mi ha dovuto cercare, quante volte…!”

Carlo sorrise,

si sedette sulla sdraio accanto al fuoco,

”Già!” sussurro.

”Un padre non finisce mai di inseguire il figlio, affronta la morte, pur di seguirlo, nulla riesce a fermarlo.

Devi sapere, mio caro Pinocchio, era come fossi io Geppetto: i suoi rimproveri erano i miei.

Desideravo farti esistere, tirarti fuori da racconto e portarti nella realtà. Un vero bambino in carne ed ossa.

Ho forse errato a desiderare? ”

Pinocchio senti come un brivido nell’anima, cercò di stringere Carlo in un abbraccio, ma si trattenne, aveva tante cose in testa che non erano ancora chiare.

Le sue gambe di legno, fecero un leggero movimento, per avvicinarsi alla sedia.

Gli occhi fissavano la copertina di lana blu con stelle ricamate a rilievo, poggiata sulle ginocchia di Carlo.

”Dimmi”.

Pinocchio ruppe il silenzio che taceva nel rumore del fuoco che scaldava la stanza.

”Dimmi, hai provato il dolore che ha provato il mio povero papino, quando con le bugie raccontavo sciocchezze e nascondevo la realtà?”

Prima di rispondere, Carlo chiuse gli occhi, si passo la mano sulla nuca, poi sistemò ancora la legna sul fuoco, fece un profondo respiro, si lasciò cadere sul divano e con voce sottile rispose:

”Certo Pinocchio, certo. Una fitta al cuore ogni volta”.

Il burattino non si dava spiegazione e chiese con fermezza: “allora perché mi hai fatto fare scelte senza ragione? Perché non ho mai ascoltato la fatina che era sempre lì, sempre a tendermi la mano, ad accogliermi tra le sue braccia. Il suo grande cuore di madre, mi stava sempre accanto. Ma tu creavi sempre scommesse con me, ti divertivi a mettere in gioco la mia poca costanza. Ingenuo e scapestrato, ti sei divertito a raccontarmi così? Le avventure di Pinocchio le hai chiamate, come se fossi un eroe”.

Carlo, scosso, fece un cenno buffo per riprendersi dal sentire che aveva udito.

Cercava le parole, come fossero cadute insieme alla cenere ardente che copriva il suolo dove bruciava.

Fissò Pinocchio con lo sguardo profondo come per farsi intendere bene: “Le tue, mio caro figliuolo, sono più che avventure. Tu credi che gli eroi siano perfetti, non è così. I veri eroi sono quelli che misurano gli errori, imparano dagli sbagli e correggono cambiando. Tu lo hai fatto!”.

Pinocchio si avvicinò tremando, gli sarebbe piaciuto sedersi accanto, ma c’erano domande che cercavano risposte, si rendeva conto che non a tutte si può. Ce ne era una che gli volle chiedere: “Se tu potessi riscriverla cambieresti qualcosa alla mia storia?”

A questa domanda Carlo fermò la mano nei capelli, come per cercare. Poi respirò trattenendo il fiato e smorfio’ un sorriso appena accennato.

”Mio caro Pinocchio, la storia scritta non si può cambiare. Il racconto resta nella fantasia. Tu temi che la tua sia solo favola? Ho scritto di te perché esisti nella realtà di ciò che è avvenuto. Cosa potrei cambiare? Raccontare ciò che non è esistito?”

Poi indicò la legna sul fuoco e lo invitò a sedersi accanto: ”Vedi? Pinocchio la fiamma arde quando brucia rami secchi. Più essi lo sono, più essa si s’innalza. Io ho voluto che la linfa viva sotto la tua corteggia bruciasse di vita. Non è facile senza paura, non è vita senza dolore. La gioia sta nel raccogliere, saper assemblare i cocci e formare il cuore. Tu hai resistito e vivi ancora.”

Pinocchio sentì una strana sensazione, uno strano calore lo stava avvolgendo: ”vivo ancora?” chiese e si chiese.

”Scriveresti altre storie di me? Cosa racconteresti?”

“Avrei tanto ancora da dire di te”. Gli rispose Carlo: “racconterei dell’uomo cresciuto, le scoperte vissute, le opere che hai realizzato; sarebbe un romanzo senza numeri di pagine”.

Pinocchio si toccò il viso, ma cosa stava succedendo, era vellutato e il naso era perfetto… sentiva il profumo del camino.

Si avvicinò tremando, una lacrima dai suoi occhi scendeva piena di riflessi scintillanti: “Io di te continuo a dire che sei il mio papà, il mio grande scrigno. Tu contieni il mio tesoro: il cuore che fai vivere”.

Abbracciò Carlo.

Si, uno di quegli abbracci che stringono forte teneramente e non si sciolgono mai.

Quell’abbraccio, l’inizio di un nuovo capitolo.

 

cc  CSide Writer – Lina Alfieri 

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