C-Cinque + 1 – Improbabili – Di Moby Dick e d’altre storie

CCinque + 1 le cinque domande +1 di Salvatore Stefanelli

Cinque domande + una al proprio creatore

Di Moby Dick e d’altre storie

(di Luigi Brasili)

Lungo le rive del fiume Hudson, settembre 1891

Estate, l’ultima per l’uomo seduto in contemplazione su una roccia in riva al fiume. Il vento, timido e tiepido, si è spinto fino a quell’ansa del fiume dalle sponde dell’Atlantico, e ora accarezza barba e capelli grigi dell’uomo silenzioso. Lo sguardo, ma soprattutto la mente, sono rivolti a est, in cerca degli odori della memoria: odori di salsedine e carbone, di pece e catrame tra i fasciami, di olio e grasso di balena. E di altri sguardi, dilavati dalle onde del tempo tra il ponte di una baleniera oppure tra le pagine di un libro. Tutto perduto, o forse no, nell’acqua che scorreva e scorre, ignara o indifferente delle vite umane che passano e si perdono tra i flutti.

Ma ecco un’ombra scura tagliare la corrente in un ribollire d’acqua. L’uomo si scuote e fissa incredulo la creatura che si avvicina al limitare dell’ansa e solleva la testa sopra la superficie.

«Sei invero il pesce gatto più grande che io abbia mai visto… o forse sei lo stesso di quando…?»

L’uomo si ferma e scuote la testa. «No, non è possibile», aggiunge. «Non puoi essere quel pesce: io ero un ragazzino e nessun pesce può vivere così a lungo.»

Il pesce gatto ammicca. «Quello era mio padre», dice.

«Tuo… padre?»

«Esattamente, mister Melville.»

«Come fai a conoscere il mio nome?»

«Oh, mi ricordo bene di voi, anche se pure io sono avanti con gli anni, come lo siete voi del resto. Ero qui, ancora molto giovane, quel giorno. Voi eravate sulla riva con vostro padre e poco lontano c’era quell’uomo irascibile che combatteva con uno grosso come sono io adesso, per trascinarlo a riva. Ricordate quell’energumeno?»

Herman Melville abbozza un sorriso. «Sì, mi ricordo. Come dimenticare quell’uomo che malediva il pesce mentre inciampava e poi si allontanava dal fiume zoppicando? No, davvero: impossibile dimenticarlo… Dunque quel grosso esemplare era tuo padre… Ma tu, signor pesce, come fai a parlare?»

Il pesce gatto non risponde, lo fissa per un lungo istante e poi in un lampo scompare nelle acque scure.

Melville resta a guardare, speranzoso che la bestia risorga dall’abisso, ma ciò che resta in superficie è solo una teoria di cerchi che si allargano nel fiume.

«Dove sei andato? È da villani andare via senza salutare! Torna a parlare con me!»

A quelle parole l’acqua riprende a incresparsi. Melville annuisce e punta un dito sulla figura che si delinea sotto il velo liquido.

«Bene, sei tornato. Perché sei fuggito prima? Cosa hai ved…?»

«Mi dispiace di deludervi. Forse aspettavate qualcun altro?»

Melville resta a bocca aperta, mentre l’uomo gigantesco ricoperto di tatuaggi, appena emerso dal fiume, si erge sulla sabbia.

«Vi sentite bene?», chiede il nuovo arrivato, passandosi una mano sul petto muscoloso per togliere un’alga.

Melville continua a puntare il dito, che ora trema.

«Io ti conosco! Tu sei il ramponiere! Tu sei…»

Il gigante si inchina. «Queequeg. Per servirvi».

«Queequeg… quanto tempo. Ma cosa facevi lì sotto? Da dove vieni? E che fine ha fatto quel pesce gatto? Lo hai veduto?»

Queequeg scuote le spalle poderose. «Sì. È andato via. Volete che vada a cercarlo?»

«No, non importa».

Melville fa per togliersi la giacca. «Tieni. Asciugati o ti prenderai un malanno».

«Vi ringrazio di cuore, ma non serve. Ci sono abituato».

«Come preferisci. Ma cosa ci fai qui? Tu sei…»

«Morto, volete dire? È per questo che sono qui. Voglio sapere perché mi avete ucciso, insieme a tutti gli altri. Perché ci avete creato e poi condannato tutti alla morte negli abissi

Melville fa segno di no con la mano e si alza. «No. Tu, e gli altri membri del Pequod, non siete morti davvero!»

«Ma che dite? Guardatemi! Sono sbucato dall’acqua e l’unica cosa che rammento è la vastità dell’oceano che mi sovrasta! E le grida di aiuto degli altri! Le sento ancora adesso…»

«Sì, invero anch’io le odo ancora, talvolta…»

«E quindi? Perché vi siete dato tanta pena a darmi un nome e una storia?»

Melville abbozza un sorriso e torna a sedersi. «Siediti su quel sasso vicino a me, e ti darò le risposte che cerchi».

Il gigante annuisce e accoglie l’invito.

«Tu non sei morto davvero, dicevo».

«Ma come? Io ricordo benissimo il terrore dell’equipaggio, e la bestia furiosa, il fragore delle onde, la rabbia folle di Achab, lo scricchiolio del fasciame! E poi il nulla…»

«Pensaci, mio buon Queequeg: tu sei nato tra le pagine di un libro, pertanto anche se alla fine della storia scompari tra i flutti, tu sei immortale. Lo dimostra il fatto che ora sei qui, davanti a me».

Melville indica a est verso la città nascosta dietro le anse del fiume. «Per tutti loro, per tutti quelli, tanti o pochi non importa, che sanno o sapranno di te attraverso il libro, tu continuerai a vivere: alcuni di loro immagineranno che dopo la furia della balena tu sia riuscito a salvarti in qualche modo, e che forse sia tornato nella tua terra, o approdato su un’isola dove vivere in solitudine per il resto dei tuoi giorni. O ancora, che tu sia tornato a imbarcarti per affrontare mille altre avventure lungo i sette mari. Taluni, invece, forse privi di una fervida immaginazione, potrebbero semplicemente tornare alle prime pagine e riprendere la lettura. Una volta, due, tre, financo cento e, a ogni lettura, tu per quelle persone tornerai a vivere. Insieme a tutti gli altri».

Queequeg annuisce e punta un dito sull’acqua limacciosa. «Dunque credete che anche il primo ufficiale, Starbuck, e gli altri ufficiali, Stubb e Flask possano essere vivi, laggiù da qualche parte? E i ramponieri…»

«Tashtego, Fedallah, certamente».

«Persino Pip?»

«Sì. Anche lui. Tutti voi, siete destinati a vivere per sempre, in un modo o nell’altro».

«E lui? Il capitano? Io l’ho visto con i miei occhi, legato alla bestia e trascinato nel buio delle profondità!»

«Lui a maggior ragione, mio caro Queequeg. Il capitano è forse colui tra tutti voi che più sarà ricordato, credo fino alla fine dei tempi, insieme alla creatura».

Il gigante tace e fissa il fiume a lungo. Quando si volta, gli occhi sono contornati da spesse rughe che sembrano danzare tra gli arabeschi d’inchiostro.

«Dev’essere stato arduo mettere nero su bianco una storia simile, immaginare l’atmosfera così come me e gli altri personaggi».

«Non più di tanto, a essere sincero. Ero un ragazzo, ne parlavo prima con quel pesce gatto, e ogni tanto, molto di rado in realtà, mio padre mi conduceva qui a pescare. Un giorno, mentre attendevamo che la lenza scattasse, mi soffermai a leggere il giornale di mio padre, mentre lui sonnecchiava. Lessi un brano riferito a una storia accaduta quando ero in fasce, che narrava di un naufragio. Venni così a sapere di una baleniera, la Essex, partita proprio da Nantucket, che affondò nel Pacifico dopo l’urto con un capodoglio. Qualche mese più tardi, esattamente nel periodo in cui mio padre iniziò ad ammalarsi di mente, lessi un’altra notizia relativa all’uccisione di un capodoglio albino al largo delle coste cilene. Nell’articolo si raccontava di questa balena, chiamata Mocha Dick, famosa per la sua ferocia, e di come avesse oltre venti ramponi conficcati nella carne per mano di altri balenieri che l’avevano cacciata prima della sua uccisione. Quelle due notizie restarono impresse nella mia memoria e da allora presi a fantasticare di balene, sognando un giorno di incontrarne una in mare aperto. Non so se furono quei ricordi, o gli stenti in cui versava la mia famiglia trascinata nella povertà dopo la morte di mio padre a spingermi, o tutte e due le cose, ma è un fatto che a vent’anni decisi di prendere il mare verso il vecchio mondo. Dopo il ritorno a casa e una breve permanenza mi arruolai di nuovo e presi ancora la via dell’oceano. Ebbi molte vicissitudini durante quei viaggi ma non sto a tediarti con quelle; ti basti sapere che è stato grazie a quelle esperienze, alle persone che ho incontrato, e anche alle mie fantasie giovanili, se ho sentito il bisogno di scrivere il libro, e creare voi con esso».

«Capisco, in effetti avete raccontato ciò che conoscevate, direttamente o indirettamente e a pensarci bene dopo la vostra spiegazione mi sembra quanto di più logico poteste fare. Quindi io e gli altri siamo esistiti davvero in questo vostro mondo?»

«Certamente. Vi ho conosciuto tutti durante i miei viaggi, e raccontando di voi altri vi hanno potuto conoscere».

«Davvero avete incontrato l’intero equipaggio nel corso del vostro peregrinare?»

«È passato molto tempo e con esso i ricordi si mescolano all’immaginazione. Ma penso di poterlo affermare. A parte il capitano: per lui mi sono ispirato all’uomo zoppicante che imprecava contro il pesce gatto».

«Tutto ciò è davvero affascinante, ma ditemi: avete mai pensato di scrivere una nuova storia di mare? Magari con qualcuno dei personaggi già raccontati? Qualcuno come Achab, Starbuck, Fedallah… o come me, per esempio

Melville sospira e si massaggia le gambe. Un gemito di dolore gli sfugge tra le labbra.

«Che avete? Non vi sentite bene?»

«Invero sono malato, e sento che il mio tempo in questo mondo sta per concludersi. E con esso il mio tempo come scrittore. Ma scrivo ancora di tanto in tanto e ti dirò, per placare la tua curiosità, che c’è un libro che mi piacerebbe portare a compimento. Tratta anch’esso di mare. Non so dirti se in qualche maniera qualcuno dei personaggi di questa storia possa essere ricondotto a qualcuno di voi, ma nel mio intimo sono convinto che qualsiasi scrittore, ogni volta che si cimenta con un nuovo racconto, prenda spunto dalla realtà, dal suo vissuto, dalla sua esperienza e financo da personaggi che hanno fatto parte di altri suoi racconti. Perché ogni storia, ogni uomo, reale o immaginario, appartengono allo stesso albero, piantato nel terreno o sul ponte di una nave, e ne costituiscono i rami; rami che nessun fuoco, nessuna bufera potrà mai distruggere del tutto e pertanto sono destinati a ricrescere o a tornare a riva in un modo o nell’altro.»

«Non sono sicuro di avere compreso… Volete forse dire che tutte le storie, tutti i rami sono legati a un unico filo, a un unico albero?»

«Sì, intendo proprio qualcosa del genere. Prendi quel pesce gatto gigantesco di prima: durante uno dei miei viaggi per mare disertai e trascorsi del tempo in un’isola delle Marchesi. Lì conobbi un uomo, uno scozzese, che sosteneva di essere riuscito a catturare un enorme pesce usando la fede nuziale come esca. Ora immagina che qualcun altro, sentendo questa storia si metta a immaginare, a ingrandire il fatto reale o inventato, e ne tiri fuori un libro in cui il pescatore dell’anello racconta del suo peregrinare e di incontri con streghe e giganti, e di città fantasma, di lupi mannari e di molto altro…»

«Mi sembra una storia inverosimile».

«Credo, figliolo, che anche la storia della balena sia stata giudicata egualmente incredibile da qualcuno. Non sei d’accordo? Ciò che conta è che per altri, almeno per il tempo della lettura, quella storia sia vera e credibile. Pensaci bene: per qualcuno quella bestia, Moby Dick, è esistita davvero ed esiste ancora. Ho letto di un investigatore, a Londra, le cui indagini vengono pubblicate a puntate sui giornali; ebbene, sembra che molti lettori siano convinti dell’esistenza di quell’uomo e non che si tratti di un personaggio inventato dal suo autore».

«Sì, forse avete ragione. Ma allora perché non l’avete scritta questa storia del pesce e dell’anello?»

«Ognuno di noi deve scrivere le storie che sente di dover narrare. Ma sono certo che un giorno qualcuno, se già non lo ha fatto, scriverà quella, così come io ho scritto di te e della balena».

Queequeg resta in silenzio e torna a scrutare il fiume. «È tempo che io vada» dice d’un tratto guardando in alto dove il declivio che sale dalla sponda incontra la strada carrozzabile.

Melville alza la testa e scorge una carrozza, e un uomo che procede a piedi verso di loro.

«Sì, è tempo che anch’io vada» risponde al gigante tatuato.

Queequeg gli porge un inchino. «È stato bello incontrarvi», dice, e si tuffa nel fiume che l’aveva partorito.

«Piacere mio, figliolo. Ma sento che presto ci rivedremo ancora».

«Prego prendete la mia mano; vi aiuto a salire fino alla carrozza. Vi condurrò a casa».

Melville sposta lo sguardo dal fiume e incontra quello del nuovo arrivato, che gli sta offrendo la mano destra.

«Ti ringrazio, giovanotto».

«Non sono poi così giovane, ormai…»

«Lascia che sia io a deciderlo. Sei un uomo vigoroso, ancora nel fiore degli anni, di certo temprato dall’esperienza. E i tuoi occhi rivelano l’energia che pervade ogni oncia del tuo essere. Pertanto, che tu sia o meno d’accordo, questo per me significa essere giovani…»

Il cocchiere non replica e apre lo sportello della carrozza.

«No, chiudila. Preferisco sedermi a cassetta con te».

«Come desiderate», risponde l’uomo invitandolo a salire per primo.

«No, prima voglio sapere chi ti ha mandato fin qua; non mi pare di averti mai visto».

«Vostra moglie mi ha mandato a prendervi».

«Ah, la mia cara Elizabeth! Mi chiedo cosa farà quando la lascerò per sempre».

«Non vi crucciate, vostra moglie mi è sembrata una donna forte. E mi ha detto che avete due figlie. Sono sicuro che si prenderanno cura di lei».

«Sì, hai ragione. Frances ed Elizabeth non la lasceranno sola. Ma temo che sarà comunque una dura prova per lei. E non lo dico perché io pensi di essere chissà chi. Lo affermo perché la conosco bene. Sarebbe lo stesso per me».

«Comprendo bene ciò che intendete», commenta il cocchiere, incitando il cavallo a muoversi.

Mentre la carrozza procede al passo, l’uomo si schiarisce la gola. «Con permesso, signore: prima ho udito ciò che dicevate a Queequeg…»

«Davvero? Devi possedere un udito molto fine, figliolo».

«In verità credo sia per la conformazione del terreno di quella riva: ero lì, sulla strada, eppure avevo l’impressione di esservi accanto mentre discorrevate».

«Certo, potrebbe essere come dici… ma perdonami: volevi forse dirmi qualcosa riguardo alla mia conversazione con il ramponiere?»

«Non esattamente, ma mentre ascoltavo ho pensato a un fatto ovvero se ci fosse qualcosa in quella storia, della balena bianca, intendo, che avreste voluto scrivere diversamente, durante la stesura o dopo la pubblicazione del libro».

Melville tace riflettendo, mentre l’orizzonte si tinge di riflessi viola e un paio di stelle iniziano a punteggiare il cielo.

Il cocchiere incita il cavallo al piccolo trotto. «Presto farà buio», dice. «Meglio affrettarsi».

Melville annuisce e si volta a guardare il profilo dell’uomo, concentrato sulla strada polverosa.

«Ebbene, ci ho pensato molte volte, in questi anni. Per quel libro avevo molte aspettative ma purtroppo è stato un insuccesso e di fatto il mio sogno di potermi sostenere con i frutti del mio lavoro di scrittore si è infranto proprio con la pubblicazione di quel manoscritto. Eppure, anche se pochi lo hanno apprezzato, come il mio amico Nathaniel, che riposi in pace, credo che se lo avessi riscritto dieci o cento o mille volte non avrei potuto né saputo cambiare nemmeno una virgola».

«In effetti è una disdetta che il libro non sia stato capito. Io, per quanto vale il mio umile giudizio, credo intimamente che si tratti di un romanzo straordinario e di certo è la più grande avventura che avrei mai potuto sognare».

«Le tue parole mi confortano, davvero. Ma è inutile recriminare: il fato ha deciso che andasse così».

«Avete ragione, contro il fato nulla è possibile. Ma permettetemi di porvi un’altra domanda: se foste voi il protagonista di una storia e a raccontarla fosse qualcuno dei personaggi del vostro libro, oppure che so, io stesso? Quale storia vi piacerebbe che fosse raccontata?»

«Non so se avrebbe un senso: credo che il compito di un narratore sia quello di raccontare e non di diventare egli stesso il personaggio di una storia. Ma se proprio fosse vorrei che si trattasse della mia storia. Della mia vita, voglio dire».

«In che senso?»

«Mi riferisco ad alcune parti della mia vita che mi piacerebbe fossero andate diversamente. Non molto in realtà ma, per esempio, innanzitutto avrei voluto che mio padre fosse vissuto più a lungo senza le sofferenze che lo hanno provato. E poi vorrei aver trovato il modo e il tempo per essere più vicino ai miei due figli maschi: forse, se fossi stato un padre migliore, se avessi capito, intuito il loro malessere interiore, oggi Malcolm e Stanwix sarebbero ancora qui tra noi, con me e con la loro madre insieme alle sorelle. Sarebbero a casa…»

«Vi mancano molto, vero?»

«Immensamente».

La carrozza prosegue e solo il rumore degli zoccoli riverbera nel silenzio calato a cassetta.

Melville sente le palpebre tremare e chiude gli occhi. La voce del cocchiere gli giunge come un’eco lontana.

«Mi dispiace tediarvi ancora, ma c’è un’altra domanda che se fossi stato al posto di Queequeg avrei voluto porvi…»

«No, non mi disturbi, la tua curiosità è stimolante per le mie membra stanche».

«Ebbene, se non vi pesa troppo, nel tempo che resta nell’appressarsi alla vostra casa, desidero oltremodo conoscere qualche episodio passato o futuro sui personaggi del libro che per qualche motivo non avete mai messo per iscritto».

Melville si accomoda sullo schienale e allunga le gambe per quanto gli è possibile e ammicca soddisfatto: «Con molto piacere, giovanotto. Spero soltanto che non resterai deluso da ciò che ho in mente di raccontarti…»

Ma questa non è la strada per casa, disse lo scrittore. Dove mi porti? Ormai è quasi buio. Arriveremo tardi ed Elizabeth sarà in pensiero.

Il cocchiere annuì. È vero, disse, ma tranquillizzatevi: faremo solo una piccola deviazione, e non preoccupatevi per vostra moglie. È stata lei stessa a suggerirmi di cambiare strada. Adesso rilassatevi, non ci vorrà molto ad arrivare.

Il cavallo proseguì al trotto verso la città. Quando giunsero in vista del porto il cielo era ormai scuro e drappeggiato di stelle ovunque si fermasse lo sguardo.

Lo scrittore inarcò la schiena e corrugò la fronte. Perché mi hai condotto al porto, domandò. Ma non capisco: questo non è il porto di New York, sembra il porto di Nantucket! Non è possibile… da quanto siamo in viaggio?

Vi chiedo ancora un po’ di pazienza. Tra poco avrete le risposte che cercate. Ecco, siamo arrivati…

Lo scrittore si lasciò aiutare dal cocchiere per scendere a terra e lo seguì attraverso il porto. Che strano, disse, fermandosi e indicando il cielo: poco fa era appena calata la notte e adesso vedo i colori dell’alba…

Il cocchiere non commentò e lo condusse fino al molo dove svettava una baleniera all’ancora.

Ma questo è il…

Sì, mister Melville, è il vostro Pequod.

È proprio quella nave… ribadì lo scrittore, ponendo lo sguardo sul ponte dove si intravedeva come scolpita sullo sfondo della volta celeste una lunga schiera di ombre umane.

Guardate, ci sono tutti; aspettano solo voi, disse il cocchiere.

Mentre salivano sulla rampa, le ombre si fecero più nitide e lo scrittore iniziò a riconoscere alcuni volti nel chiarore del nuovo giorno.

Starbuck, mormorò. E quello deve essere Stubb…

Sì, mister Melville, come vi ho detto ci sono tutti. Guardi: quello laggiù è Fedallah, e con lui Daggoo.

Sì, e c’è anche Queequeg, e Pip e Tashtego… e quello dev’essere il cuoco, Lana Caprina…

Giunti sul ponte, il cocchiere si fermò facendosi da parte. Tutto l’equipaggio si inchinò al cospetto dello scrittore. Starbuck si avvicinò e si mise sugli attenti. Signore: sono felice di vederla, disse.

Lo scrittore esitò ricambiando il saluto con un cenno della testa. Non vedo il capitano… dov’è?

Il cocchiere si affrettò a tranquillizzarlo. Arriverà tra un momento, disse. Ecco, guardate, sta giungendo ora dalla cabina.

Il rumore del legno sul legno echeggiò dal ponte riverberando per tutto il porto. Quando Achab si fermò al suo cospetto, lo scrittore abbozzò un sorriso. Capitano Achab, i miei omaggi, disse.

Servo vostro, signore, rispose il capitano.

Lo scrittore mosse un braccio a comprendere nave ed equipaggio. Dunque siete pronti per salpare, vedo.

Certamente. Attendevamo soltanto la vostra benedizione.

Ve la concedo con immenso piacere, capitano.

Vi ringrazio molto. So bene come lo sanno i miei uomini che ovunque andremo, qualsiasi avventura ci aspetti in mare aperto, voi sarete sempre al nostro fianco.

Non soltanto lui, intervenne il cocchiere. Ci saranno molti altri a seguirci in questo viaggio. Anche se mister Melville la pensa diversamente, io credo che un giorno una moltitudine di uomini e donne viaggerà al fianco del Pequod.

Achab annuì. Lo credo anch’io, disse. A un suo cenno tutti i membri dell’equipaggio si mossero in fila avvicinandosi allo scrittore per salutarlo e poi affrettarsi ai propri posti.

Ora è tempo di tornare a casa, signore, disse il cocchiere, alzando la voce per farsi sentire tra le urla degli ufficiali che impartivano gli ordini. Vostra moglie vi aspetta.

Lo scrittore diede un ultimo sguardo al ponte e si voltò per ridiscendere la rampa. E tu non vieni con me, chiese al cocchiere, rimasto a guardarlo scendere.

No, gli rispose l’altro, e puntò un dito verso l’albero di maestra e sulle vele già issate. Non posso accompagnarvi oltre. Il mio posto ora è qui, insieme a loro.

Capisco, ma come tornerò a casa?

Non abbiate timore. Troverete coloro che vi amano, là in fondo, desiderosi di tenervi per mano nel breve cammino che ancora vi attende.

Così sia, allora. Ti ringrazio per avermi tenuto compagnia, figliolo, in questo ultimo viaggio. Ma aspetta un momento: mi rendo conto soltanto adesso di non averti domandato come ti chiami.

Il volto del cocchiere si illuminò. Chiamatemi Ismaele, rispose.

Tivoli, 20 settembre 2020

 

cc  CSide Writer – Luigi Brasili    

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