C-Cinque + 1 – Editoria – Massimo Soumaré

CCinque + 1 le cinque domande +1 di Salvatore Stefanelli e Lucia Coluccia

Cinque domande + 1, adattate questa volta in uno speciale per parlare con gli addetti ai lavori del mondo dell’editoria, per scoprire cosa c’è dietro le quinte, per scoprire un mestiere che rimane in qualche modo nascosto ma che tutti vedono quando poi alla fine leggono un libro!

 

1) Ciao Massimo. Presentati in poche parole, dicci chi sei e di cosa ti occupi.

Salve, mi chiamo Massimo Soumaré. Sono un traduttore, scrittore, curatore editoriale, saggista e ricercatore indipendente, ma mi sono anche occupato di allestire alcune mostre d’arte. Insegno lingua e cultura giapponese al CentrOriente e alla Fondazione Università Popolare di Torino. A oggi, ho pubblicato saggi e storie in Cina, Giappone, Spagna, Scozia e USA, oltre che, ovviamente, in Italia, e tradotto nella nostra lingua molti scrittori giapponesi moderni e contemporanei, come anche parecchi fumetti manga. Di recente, i miei due racconti From Iron and Fire e The Enchantress Princess and the Mysterious Child, tradotti in inglese da Toshiya Kamei, sono stati pubblicati nel Journal of Italian Translation del Dipartimento di Lingue e Letterature Moderne del Brooklyn College of the City University of New York. L’ultimo romanzo che ho tradotto è Le storie del negozio di bambole di Tsuhara Yasumi uscito per Edizioni Lindau.

Insomma, lavorando in più campi non posso certo dire di annoiarmi.

2) Qual è la cosa che ti piace fare di più e quella che ti piace meno del tuo lavoro?

Devo dire che ho la fortuna di poter fare dei lavori che mi piacciono molto, perciò in generale ne apprezzo i vari aspetti.

L’elemento, un po’ in comune in quasi tutte le mie varie occupazioni, che mi piace meno, è la mancanza di contatto con il prossimo. Di base, sto parecchio in casa seduto davanti al computer o a fare ricerche su libri e in rete; a volte questo può essere abbastanza alienante, creando un distacco dalla realtà. Comunque, il fatto d’insegnare lingua e cultura giapponesi mi consente di avere un contatto diretto con i miei allievi, che per me è una bella boccata d’ossigeno.

3) Quanto reputi che il tuo lavoro sia apprezzato dagli scrittori e/o dagli editori?

Dagli scrittori giapponesi devo dire di aver sempre ricevuto apprezzamenti di stima e un’ottima collaborazione. Anche quelli molto importanti sono stati parecchio disponibili. Agli inizi ho ricevuto pure dei buoni consigli riguardo la scrittura creativa. Discutere con loro di narrativa è stata una delle esperienze più belle e formative che ho avuto. Sono stato fortunato.

Quanto agli editori, quelli con cui ho collaborato in genere hanno ascoltato le mie opinioni e mi hanno lasciato libero di agire, quindi, tutto sommato, non mi posso lamentare. Certo ci sono stati dei progetti con case editrici con cui avrei molto voluto lavorare che non sono andati in porto, ma questo fa parte del gioco.

4) Che difficoltà incontra e che consigli daresti a chi vuole fare il tuo mestiere?

Dipende da quale dei mestieri che faccio…

Per quanto riguarda la traduzione, quello che mi sentirei di consigliare caldamente è di leggere di tutto, da giornali e riviste a libri di ogni genere, sia nella propria lingua che in quella da cui si traduce. La traduzione è, sostanzialmente, una mediazione culturale, quindi più si riesce a penetrare nella tradizione e nel pensiero delle persone di un altro paese e più sarà possibile rendere con precisione le loro parole. Crearsi un grande bagaglio di conoscenze è davvero molto importante. Lo stesso si può dire dell’insegnamento: è importante conoscere bene le regole grammaticali, ma anche la lingua viva e, per quanto possibile, l’intera cultura di una nazione. Al contempo, saper scrivere in un italiano piacevole è altrettanto essenziale (e questo è un consiglio che vale anche per chi aspira a diventare uno scrittore). Il giapponese è una lingua strutturata in modo molto diverso dall’italiano, per cui richiede un grosso lavoro di riscrittura, di conseguenza la capacità narrativa del traduttore gioca un ruolo principale.

Ci vuole tempo per imparare, quindi non bisogna demoralizzarsi e occorre avere pazienza. Credo che l’entusiasmo sia essenziale. Anche incontrare dei bravi insegnanti ed editor aiuta molto.

5) Qual è stato il momento lavorativo di cui vai più fiero?

Sono fiero di tutti i miei lavori, però ci sono alcuni volumi che per me sono particolarmente speciali e che sono felice che abbiano visto la luce.

Japan in Five Ancient Chinese Chronicles: Wo, the Land of Yamatai and Queen Himiko (Kurodahan Press), ristampato proprio a giugno, è attualmente uno dei due soli libri in lingua occidentale che analizzano i testi storici connessi alla nascita del Sol Levante e che si occupano del periodo che va dalla nascita di Cristo al VII secolo; ci ho lavorato sopra per nove anni. Onryo, avatar di morte (Mondadori) curato con Danilo Arona è stato per l’Italia, io credo, qualcosa d’innovativo, così come i racconti giapponesi del fantastico che ho curato per la serie di antologie di ALIA (CS_libri) e per l’antologia Lo scudo dell’illusione (Atmosphere Libri). Il saggio Il principe cane: elementi della filosofia e della poetica di Miyazaki Hayao in una fiaba tibetana (Mimesis Edizioni) nel 2016 è stato finalista al Concorso Mario Soldati, che ritengo un bel risultato. Poi ci sono le storie che ho scritto della maga globalizzata Karla e della volpe giapponese Kaede; certo non sono best seller, ma finora sono state illustrate da fumettisti giapponesi, citate dall’Huffington Post USA, trasposte da Luca Moretti e la sua compagnia in un dramma del teatro tradizionale giapponese Kyōgen recitato più volte, e ci sono progetti italiani e stranieri in fase di sviluppo che le riguardano.

5+1) Raccontaci (se possibile, a mo’ di racconto) un episodio particolarmente piacevole o spiacevole che hai vissuto facendo il tuo lavoro.

«Ciao Massimo, ascolta, abbiamo un problema».

«Raffaele, cos’è successo», rispondo un po’ sovrappensiero continuando a revisionare il testo finale del catalogo.

«Hanno fermato parte delle opere in dogana!»

«Ma come? Abbiamo svolto tutte le pratiche necessarie con la Soprintendenza delle Belle Arti!»

«Sì».

«E allora?»

«Alla dogana dicono che non gli interessa», mi risponde Raffaele con il suo tono serafico. Lavorare una materia dura come il marmo deve avere forgiato anche i suoi nervi.

Non restando al momento altro da fare, decidiamo di aggiornarci.
Il pomeriggio seguente Raffaele mi richiama: «Se gli mandiamo un corriere specializzato hanno detto che ce lì danno!»

Insomma, alla fine la mostra Dall’ukiyo-e all’illustrazione contemporanea: la grande grafica giapponese all’Accademia Albertina di Torino è stata un successo. Purtroppo, il professor Raffaele Mondazzi ci ha lasciati l’anno scorso a causa di uno sfortunato incidente, perciò questo episodio ha ora per me un sapore dolce-amaro.

Grazie, Massimo, per il grande bagaglio di nozioni, palesi o tra le righe, che si evincono dalle tue risposte e per tuto quanto ci hai detto. Canestrini per il tuo futuro tra le parole, in qualunque ruolo lo affronti.

Grazie a voi per l’intervista.

 

cc  CSide Writer – Salvatore Stefanelli e Lucia Coluccia  

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