C-Cinque + 1 – Improbabili – Tonino Esposito

CCinque + 1 le cinque domande +1 di Salvatore Stefanelli

Cinque domande + una al proprio creatore

(Tonino Esposito intervista Pino Imperatore – di Christian Capriello)

Napoli, Pasqua 2020

L’autore non si aspettava di ricevere un invito così. Un biglietto, tutto sgrammaticato, unto dal residuo di un panino salsicce e frigiarelli, tuttavia pieno di buone intenzioni.

Il mittente era Tonino Esposito. Non gli pareva vero, perché riteneva si trattasse di un personaggio esistente solo nella propria fantasia.

A Pino Imperatore tornò in mente la trama di “Piccoli Brividi”, dove gli incubi prendevano sostanza grazie alla semplice lettura di un libro stregato.

Con l’unica differenza che l’unica situazione da incubo non era il personaggio che l’aveva invitato a casa sua per pranzo, quanto tutto il resto.

Quella famiglia, frutto della sua stessa immaginazione, era reale.

Imperatore fece ammenda, e deglutì almeno un metro cubo d’aria. Rifiutare sarebbe stato scortese, almeno quanto singolare sarebbe risultato risponder d’essere al momento impossibilitato.

Tecnicamente, era pur sempre una sorta di “figlio adottivo”.

I giorni passavano, e a quel biglietto ne seguirono altri, aventi ad oggetto richieste di conferma, accompagnate da alcuni temerari tentativi di emoticon da parte di Tonino. In un altro premuroso biglietto, Tonino Esposito gli aveva chiesto cosa preferisse fra i mostaccioli e la pastiera.

Arrivò il fatidico giorno.

Quando arrivò a casa Esposito, bussò al campanello. Un “sobrio” pulsante in ossidiana a forma di sirena, recante in testa un’anfora di forgia etrusca. Fece capolino una donna prosperosa, che sgranò gli occhi e tornò subito all’interno dell’appartamento strepitando «È venut! È venut!».

Partì una raffica di fuochi artificiali a prevalente gittata verticale; qualcuno attentò all’incolumità dell’ospite, che valutò come inutile la prospettiva di ripararsi dietro il tappetino di velluto rosa posto ai suoi piedi. Singolare che sullo stesso vi fosse scritto “God Save the Queen”. Facendo un ragionamento razionale, l’autore ritenne dunque che quel tappetino avrebbe al più protetto una regina, mentre ne restavano esclusi gli imperatori.

«“Chi è?» fece una voce femminile, appena al termine di quell’impavido spettacolo pirotecnico.

«Guardia di Finanza!» scherzò Pino Imperatore, dall’altro lato della porta.

Una raffica di Ummarò proferì dal retro dell’infisso, e subito dopo si levò un flebile sibilo «U-un a-attimo».

Un rumoroso strascichio di pantofole, di colui che era stato chiamato a sbrogliare la matassa in qualità di maschio alfa, proruppe in direzione della porta.

«C-chi è? Qui non facciamo attività commerciali, che vuole la finanza dalla gente onesta come noi?!» pigolò l’uomo, chiaramente in preda ai tremori.

«Vi stavo sfottendo, sono Pino Imperatore, e ho ricevuto un invito a cena! Fatemi entrare, per favore; ho paura che parta qualche altro botto e ci resto secco!» lo schernì l’autore.

«Uuuuuuuhhhhh!!! Sei arrivato! Pinuccio bello, ma che piacere! Sei proprio tu! Trase, trase! Cioè, entra, entra!» reagì garrulo il proprietario, al secolo Tonino Esposito.

Pino Imperatore entrò, nel bel mezzo di una colluttazione fra i figli di Tonino, Tina e Genny, che stavano giocando alla guerra. Il gioco consisteva nel tirarsi appresso delle botte a muro, e analizzare il risultato.

Saltellando per i continui spaventi, l’autore fu portato – anzi, per meglio dire scortato -, quasi in trionfo, innanzi a una tavola imbandita di gran festa. Diciamo che, se vi fosse davvero entrata la Guardia di Finanza, questa avrebbe potuto tranquillamente richiedere la licenza per la somministrazione pubblica di cibo.

«Ora possiamo davvero cominciare!» fece Tonino, rivolgendosi al resto della famiglia, che annoverava sua mamma Manuela, la sua a dir poco procace moglie Patrizia, Gaetano e Assunta, rispettivamente il padre e la madre di lei.

Olga, la domestica, all’improvviso gridò. Sansone, l’iguana, era fuggito dal terrario, salendo sulla spalla destra dell’ignaro autore; Giggetto il coniglio aveva invece rilasciato sei palline di natura sospetta sulla sedia riservata all’invitato. A un rapido controllo, fu palese che non trattavasi di olive di Gaeta.

L’iguana Sansone fu acciuffato e riportato nella sua dimora riscaldata; Giggetto fuggì via, probabilmente sghignazzando in conigliese.

Rimpiazzata la sedia a Pino Imperatore (o meglio, dopo una sua pulita alla meglio), la cena potette finalmente iniziare.

Il pasto fu connotato da brindisi, rumori meccanici da mascella, grugniti vari, oltre che qualche composto rutto di gradimento, peraltro “educatamente” riposto dai vari astanti nell’intimo del proprio tovagliolo.

«Ringraziamo di cuore il nostro inventore!» si alzò all’improvviso Tonino – un filo imbarazzato, laddove aveva appena scheggiato un bicchiere di vetro grazie alla improvvida percussione con un coltello d’argento 925 –, sollevando ilare un calice di spumante.

Un coro di «Urrà» si levò, con buona pace del suocero Gaetano; il quale, nel voler dare un contributo, da parziale audioleso qual’era, si avventurò in uno sconveniente «Mutà».

Sua moglie Assunta lo trafisse con gli occhi, e lui arrossì, capendo di averla fatta grossa, tornando docile a sedersi, per rosicchiare uno stinco di agnello.

«Ti trovi bene in mezzo a noi, Pinù?» chiese Tonino al loro creatore «Siamo più belli da vicino, dici la verità!».

«Non v’è alcun dubbio! Per me, siete come una seconda famiglia… vi voglio bene, e son felice di essere tra voi» rispose carinamente l’autore, ricevendo in cambio un languido occhiolino di Patrizia; che, non vista dal marito, esagerò mordicchiandosi maliarda il labbro.

«Ma, tecnicamente, ti devo chiamare Papà?» gli chiese Tonino Esposito, tutto rinfrancato.

«No, Pino andrà benissimo, e vale per tutti i presenti».

Una raffica di applausi partì, mentre la voracità di Genny per i peperoni imbottonati stonava a fronte dei suoi dieci anni.

«Avrei qualche domanda per te, Pap… ehm, Pino».

«Poni le tue domande, avrai le tue risposte» lo incoraggiò l’autore, fresco di una reale intervista da Gigi Marzullo.

«Ok. Mi spieghi come accidenti ti è venuto di creare la famiglia Esposito?»

Lo scrittore lo fissò, come se non disponesse di una vera risposta. Poi, si allontanò mezzo metro dal tavolo – al contempo schivando con compostezza una pallottola di pane e alici marinate che Tina aveva appena tirato al fratello – e spiegò:

«Beh, qualcuno potrebbe pensare che siete il frutto di una cattiva digestione» sorrise Imperatore «La verità è che ho una missione. Avevo bisogno di scrivere in modo scanzonato di un tema piuttosto serio. La malavita. Ovvero quel mondo in cui tu cerchi invano di entrare. E prega che continui a essere sempre così. Sei l’esempio che è possibile evitare di entrare in certi brutti giri. Gironi infernali, dotati di tornelli unidirezionali. Un treno di sola andata, verso il buio. Per quanto tu possa lamentarti di non avere tanti soldi, considera questo mio volere come la tua vera ricchezza. Io scrivo di voi. Ma, soprattutto, vi proteggo da tutto quello che vi circonda. Ve ne siete mai accorti? E poi, al massimo, Tonino può ciaccarsi o fare una brutta figura.. nulla più di questo».

«Ah, ho capito. Insomma nessun salto di qualità, eh? Aggià fà sempre ‘a parte ‘ro suggettone! È il destino che io sia sempre il clown di questo circo!» squittì Tonino «E va beh…».

A parte tutto, tutti gli altri commensali si guardarono l’un l’altro sbigottiti.

«Ci stai dicendo che siamo dei fortunati? Ma ci hai guardato bene? Siamo un’armata Brancaleone se ce n’è una!» gli chiese Gaetano, guardando la moglie «E poi a me non mi potevi disegnare una moglie con la lingua meno appuntita e con il sedere meno rasoterra?».

Pino Imperatore sorrise. Certo che dalle labbra del suo protagonista sarebbe pervenuta una seconda domanda.

«Perfetto. Anche se ho capito che farò sempre ‘a parte d’o scemo ‘mmiezz, ora mi è chiaro il tuo punto di vista. Ma credi che la gente abbia afferrato il tuo messaggio?» gli domandò infatti Tonino.

«È ciò che spero. Mi scuserete se nei miei racconti ve ne faccio passare di tutti i colori, ma è il modo più efficace per far comprendere ai lettori che solo chi va nei campi minati rischia di saltare per aria. Una volta assecondato il desiderio di una presunta vita diversa, con maggior benessere, è difficile poi riuscire a pagare il conto che quella vita ti presenterà. Anzi, è impossibile. A breve, si entra in un incubo. Il mondo là fuori è strano, complicato, imprevedibile. Non voglio ringraziamenti, ma fidatevi di me se vi dico che è un bene che esistiate solo tra le pagine dei miei libri».

La risposta dell’autore fu coinvolgente. Anche Tina smise di lanciare pezzettini di casatiello al fratello.

«Sai, credo tu abbia ragione. Continuerai a scrivere di quelli come noi?».

«Può darsi. Purtroppo, la malavita continua a prosperare, a infiltrarsi subdola in tutti i settori. Scriverne può indurre a riflettere; compito delle famiglie è far sì che il messaggio penetri a fondo nelle menti più giovani. Dove non ci sono erba e foglie, la delinquenza non può brucare. E la biada ha più sapore se è stipata per effetto delle nostre sole forze».

«Chiaro. Ma quanto ti diverti a fare lo scrittore?».

«Da morire. Potessi tornare a nascere, avvertirei l’impulso di rifare esattamente ciò che ho fatto. Ma questa è un’altra storia. Ora che ho la possibilità di parlarvi de visu, mi raccomando. Per quanto immaginari, inculcate nei vostri figli la cultura della legalità. La vita dà problemi? Certo che ne dà, e tanti. Ma non si risolvono passando sul carro dell’agire più vigliacco e deleterio per la società. L’egoismo è il seme più fecondo per la terra dei disastri. Quindi, Tonì, confido in te; tieni la tua famiglia sempre lontano dal bordello. Che forse ci scappa pure il terzo libro della serie…» chiosò lo scrittore.

Quest’ultimo schioccò un occhiolino verso Patrizia, imbarazzata dalla possibilità che la parola “de visu” potesse rappresentare una implicita richiesta di poter addentare un arancino di riso, visto che non ve ne erano. Pino Imperatore, che aveva creato anche lei, le bisbigliò che aveva capito male, e lei si rasserenò.

«Mi piace il tuo modo semplice di dire le cose. Anche perché riesco a capirle anche io! Pure io leggo i tuoi libri, sai. E ho notato che la semplicità è per te un aspetto inderogabile. È così?» gli chiese ancora Tonino Esposito che subito dopo bisbigliò alla moglie: «Azz, dalla bocca mi è appena uscito un inderogabile, teng ‘e qualità Patrì!».

«Hai ragione. Rifuggo i tecnicismi, ma non rinuncio al metodo. Ogni mio libro ne ha uno. È vero, punto sulla semplicità dei dialoghi e dei concetti. Non appesantisco i miei romanzi con soverchierie stilistiche e arzigogoli verbali superflui e deleteri. Chi ha velleità di scrivere, deve essere umile. Perché se si vuole chiedere al prossimo di farsi leggere, uno dei requisiti è la praticità. L’invito alla lettura deve essere promanato con ragionevolezza. Le persone devono essere coinvolte nella giusta maniera. E scusatemi per il promanato di prima. Non è colpa mia, ma del materiale estensore, che dice di volermi bene e di prendermi a modello per i suoi lavori; solo che, ogni tanto, si perde in questi termini da Accademia della Crusca! Christian Capriello, se ti riesce, ogni tanto, fai il bravo!».

«Sai, sono davvero felice di venire dalla tua penna! Ora che ti sto conoscendo di persona, sento di chiamarmi Felice di secondo nome!».

«Anche io sono contento di avervi conosciuto, siete proprio una bella famiglia. E vedo che vi siete affiatati anche senza di me» disse Imperatore, mentre Assunta ficcava un gomito nello sterno del marito, reo di esagerare con la zuppa forte «Credo che tornerò a trovarvi. Magari l’anno prossimo, che ne dite? Io nel frattempo, sono al lavoro per un altro romanzo».

«Non chiediamo di meglio! Che testa che hai! Ma hai mai temuto di perdere la tua inventiva?».

«Spesso, ma sono quelli come voi la mia forza. Chi scrive non deve mai sentirsi quercia. Tutto sta nella capacità di sentirsi sempre umile giunco in crescita, spinto dall’innata e sempre rinnovata curiosità per le cose del mondo. E, ne converrete, questo è un mondo curioso assai!».

 

cc  CSide Writer – Christian Capriello  

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