C-Cinque + 1 – Improbabili – Filippo Dolci

CCinque + 1 le cinque domande +1 di Salvatore Stefanelli

Cinque domande + una al proprio creatore

(Filippo Dolci incontra Manuela Costantini) by Manuela Costantini

 

Cammina sulla spiaggia. È contrariata. Lo so, la conosco bene.

Procede a passi leggeri e ogni tanto solleva lo sguardo verso il mare che oggi è contrariato pure lui. Vanno a tempo, capita spesso.

Io, invece, il tempo non riesco proprio a capirlo.

Le vado incontro. – Ciao.

Mi guarda, mi riconosce, arrossisce appena e sorride.

Da dove comincio? Mi mancano le parole, a me, che ci lavoro e che so anche come usarle. Non riesco a capire perché le domande infinite che vorrei farle e che sono in coda nella mia testa restino sospese e non sorpassino di corsa la fila delle altre, di tutte le altre.

Il guaio è che spesso le risposte fanno paura e io non sono coraggioso.

Lei se ne accorge e mi anticipa. – Vuoi sapere come mi è venuto in mente di scrivere di te? – e si siede sulla sabbia, di fronte al mare che continua nel suo perpetuo e instancabile movimento.

Mi accomodo di fianco a lei. – Sì.

Volevo conoscere uno come te. Che avesse il nome, i pensieri e l’aspetto che ti ho dato. Le insicurezze, l’intelligenza, la presunzione, la rara capacità di capire gli altri, o almeno di provarci, con la certezza che riuscirci è impossibile. La necessità di mettersi in discussione e di fregarsene di quello che può sembrare.

Vuole lusingarmi. – Per questo mi hai fatto basso?

Ti ho fatto non troppo alto, non potevi essere perfetto.

Perché no?

Perché la perfezione mi terrorizza.

Ha paura anche lei. Della perfezione. E di chissà quante altre cose.

E Lavinia? E tutti gli altri? Nonna e Pietro e Gregorio e Fausto e anche Ernani e Sandra e Tiziana e suor Augusta e Assuntina. E poi Emma. Perché loro?

Perché sono giusti per te, perché tua nonna direbbe che ognuno ha quel che si merita. Tu meriti loro. Non saresti mai diventato quello che sei se non li avessi incontrati. Se non ti fossero “capitati”, mi piace pensare.

Sorrido. Restiamo zitti per un po’. Forse sono inutili le domande. In fondo so già le risposte. È che quando c’è qualcuno in cui ritrovi le tue stesse urgenze o i tuoi stessi timori, si può rimanere in silenzio. Sono contento di averla incontrata, sono contento che mi sia “capitata” lei.

Guarda il mare, è tranquilla, è sempre tranquilla, nonostante le tempeste che le si agitano dentro. La conosco bene. Ma non so cosa ha in serbo per me. – Cosa farò adesso?

Devi preparare i bagagli. Sei in partenza per un’avventura dal sapore un po’ rétro. Mi sembra adatta a te. Una volta hai detto che sei un gentiluomo d’altri tempi, ti ricordi?

Me lo ricordo, certo. – Indosserò il cappello? – domando, speranzoso.

Lei scuote la testa. Scoppia a ridere. Sono belle le persone che scoppiano a ridere. Hanno la capacità di mostrarsi senza filtri, senza tener conto del giudizio degli altri.

Te la senti? – mi chiede e ride ancora.

La mia speranza di poco fa si spegne. – Non lo so, possiamo provare.

Proveremo, allora – afferma e si toglie le scarpe. Affonda i piedi nella sabbia tiepida.

La imito, il calore è piacevole. Però penso ai granelli di sabbia che non riuscirò a togliere quando dovrò rimettermi i calzini. Rimugino sul nulla, in continuazione, sto sempre a pensare alle conseguenze, alle possibilità, a quello che potrebbe essere. Mannaggia, se proprio non vuole farmi più alto, almeno questa cosa potrebbe sistemarla. – Cosa cambieresti di me, se potessi tornare indietro?

Mi guarda attenta e mi rendo conto che ha capito, non serve essere più esplicito. – Non cambierei te. Ma ti farei incontrare un cattivo. Un vero cattivo. Uno di quelli che non sono mai stata capace di “raccontare”. Non è detto che non capiterà.

Questa possibilità mi spaventa parecchio.

Spaventa anche me, ma sapremo affrontarla. Tu saprai farlo di sicuro.

Le piaccio, non poteva essere altrimenti, non posso non piacere. – Se io fossi al tuo posto, cosa vorresti che scrivessi di te? – le domando. Anche lei mi piace.

Tira fuori i piedi dalla sabbia, incrocia le gambe, continua a guardare il mare. – Non hai fame? – mi chiede e non aspetta una risposta. – Filì, scrivi la verità. Perché tu sei anche quello che mi manca e che vorrei essere. Scrivi di una bambina che è diventata grande troppo presto e che ha incontrato qualche cattivo vero e non se ne è nemmeno accorta, troppo presa a guardare oltre. E che si sente felice tutte le volte in cui in quell’altrove riesce ad arrivarci.

Ma è complicato.

Complicato? Per te? Non sei il più bravo di tutti?

Già, sono il più bravo di tutti. È colpa sua che mi ha fatto così. – C’è qualcosa che non hai ancora scritto? Qualcosa che mi riguarda e che ancora non so?

Una goccia di pioggia mi cade sulla faccia. Non mi muovo, voglio mostrarmi coraggioso.

Lei infila le scarpe. – Non ti ho mai fatto raccontare nulla di tuo papà. Volevo proteggerti. Tu dici che la morte ti blocca, ti annienta. Non vuoi incontrarla, e nemmeno sentirne parlare e non vai ai funerali. Be’, quando morì tuo padre ci sei andato. E hai pure parlato in chiesa, alla fine della cerimonia.

Non me l’aspettavo. Non posso fare altro che chiederle come sono andate le cose. Farà male, ma voglio saperlo. – Me lo racconti?

Fa una faccia assorta, le gocce di pioggia si infittiscono ma non sembra accorgersene. E certo, lei mica si commuove quando piove. – Tuo padre non stava bene. E tu lo sapevi ma lo stesso non eri preparato alla sua morte. Gli hai scritto una lettera anche se sostieni di non saperlo fare e al termine della cerimonia ti sei alzato e ti sei avvicinato al leggio. Hai tirato fuori un foglietto strappato da un taccuino e hai iniziato a leggere. La voce ti tremava. 

Cosa ho scritto?

– “Dammi la mano, mi hai detto. L’hai tenuta stretta come da piccolo facevo io con te. Cercavi in quella stretta le stesse cose che volevo io. Mi mancherai tantissimo papà, per tutto quello che sei stato: ribelle, entusiasta, libero, ottimista, incosciente, fantasioso, esuberante. Mi hai insegnato l’amore. Hai accettato tutte le mie scelte, sempre, senza nessuna condizione, come solo chi ama davvero sa fare. Mi hai insegnato a sorridere come un bambino, a essere entusiasta per il futuro, a gioire per ogni cosa nuova che si vuole incominciare. Sarai per sempre il brontolone che fa solo finta di arrabbiarsi e che dice le cose più belle e preziose quando nessuno può sentirlo. Ciao papà, la tua mano è stretta alla mia, e io ti voglio un bene infinito.” – e la voce trema anche a lei.

Mi rimetto calzini e scarpe. Minuscoli granelli di sabbia restano incollati ai piedi, non riesco a toglierli. Non riuscirò mai a togliere questo dolore.

Adesso piove forte. Mi alzo in piedi, le porgo la mano, la aiuto ad alzarsi. Piango. Ma non è per la pioggia.

Mi abbraccia forte. – Dov’è che vai a mangiare la pizza più buona del mondo? – mi domanda.

Ci incamminiamo insieme. È meno contrariata di prima, io mi asciugo le lacrime.

Penso che non vorrei mai cambiare, so che non lo farà, non vuole neppure lei.

Perché è vero che la conosco, ma non quanto lei conosce me.

i

 

cc  CSide Writer – Manuela Costantini 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...