C-Cinque + 1 – Improbabili – Don Isidro Parodi

CCinque + 1 le cinque domande +1 di Salvatore Stefanelli

Cinque domande + una al proprio creatore

(Don Isidro Parodi intervista J.L. Borges) by Antonio Tenisci

 

(Don Isidro Parodi è detenuto nel carcere nazionale argentino, ingiustamente condannato a venti anni di carcere. Ma è anche un investigatore infallibile che conosce molto bene gli uomini grazie al lavoro di barbiere che svolgeva nella sua Buenos Aires, la stessa città del suo creatore J.L.Borges).

La cella numero 273 del penitenziario nazionale era stata tirata a lucido. La sedia al centro aveva preso il posto del tavolo abbandonato da qualche parte fuori nel corridoio. Don Isidro Parodi aspettava un ospite di lusso. Uno di quelli importanti, davanti al quale si aprono tutte le porte.

Voltato di spalle era chino sul lavandino e stava spezzando in due la lametta appena scartata. Infilò una metà nel rasoio e lo richiuse con uno scatto netto. Controllò le forbici nel taschino della giacca bianca e si lasciò baciare da un raggio di sole che avanzava nella polvere, dopo essersi infilato tra le sbarre. Si guardò allo specchio proprio quando udì i passi fuori dalla porta, e non attese oltre.

Benvenuto a voi, Jorge — sospirò appena l’ombra dell’uomo si allungò nella cella.

L’ospite non rispose e continuò ad avanzare incerto fino alla sedia da barbiere.

Posso sedermi? — chiese con voce decisa.

Don Isidro gli andò incontro afferrando la mantellina di plastica.

Tutto questo esiste grazie a voi, eccellenza. Potete fare quello che volete…

Allargò la stoffa telata e la sventolò sull’uomo, allacciandola poco dopo dietro la nuca.

Jorge Louis Borges si lasciò stringere al collo e sorrise per la prima volta.

Puoi tagliare i pochi capelli che mi restano, e anche la barba, se credi, ma per favore, non farmi più bello di quello che posso sembrare…

Don Isidro colse la sottile ironia e ricambiò il sorriso. Afferrò il pettine dal taschino e iniziò a pettinare i radi capelli bianchi, poi prese le forbici e iniziò piano e in silenzio.

L’ospite lo lasciò fare per un po’, poi alzò lo sguardo e lo ammonì.

Mi avevano detto che ti piace parlare, e invece ora che sono qui, lasci alle mie orecchie il solo rumore delle forbici?

Avete ragione…

E smettila di fare finta che sia tuo ospite. L’hai detto tu che questo non ci sarebbe senza di me.

Anche in questo caso hai ragione.

Ecco, adesso va meglio.

Don Isidro deglutì pensando a tutte le domande che si era preparato e a quello che ora avrebbe voluto dire all’uomo che l’aveva creato. Un uomo che sapeva tutto di lui ma che non conosceva. Così si bloccò per un attimo e gli venne in mente la domanda più ovvia.

Quando sei nato, Jorge?

Sono nato nel penultimo anno del novecento e sono una reliquia di quel secolo. Ma se penso che ha generato quello attuale, sono tentato di non perdonarglielo.

Davvero è così brutto questo nuovo secolo?

Borges piegò la testa di lato e restò in silenzio per qualche minuto. Poi sospirò sorridendo.

In uno dei miei viaggi negli Stati Uniti, un giornalista mi chiese cosa pensassi delle masse. E sai come gli risposi?

Don Isidro continuò a tagliuzzare in attesa che continuasse.

Gli risposi che quella era una domanda platonica e che io ero un aristotelico, dunque non pensavo alle masse, ma agli individui. Quella domanda era troppo astratta per me.

Borges accavallò le gambe sotto al lenzuolo e tornò a parlare.

In questo secolo le masse hanno sostituito l’individuo. Le masse sono più semplici e maneggevoli degli individui. Lo sanno molto bene i politici, che approfittano del fatto che non parlano a uno solo ma a una moltitudine di individui, nel modo che basta adoperare le molle più elementari e più goffe per vederle funzionare.

Don Isidro diede un colpo di spazzola e fece cadere a terra un ciuffo bianco.

Per questo hai pensato di scrivere? Per gli individui?

Nel nostro tempo la letteratura è spesso un puro esercizio di vanità degli autori. La nostra epoca coltiva deliberatamente l’incoerenza.

Io non mi sento un incoerente, anche se sono frutto della tua penna. Grazie a me hai avuto successo. Mi sbaglio anche adesso?

Borges si spostò dalla posizione presa sulla sedia e sorrise voltandosi verso la finestra, ma non fiatò.

Don Isidro continuò il lavoro in silenzio, fino all’ultimo colpo di spazzola.

Ho finito — sospirò risentito.

Non vuoi farmi anche la barba? — chiese Borges, tranquillo.

Il barbiere detective bagnò il pennello nell’acqua prima di intingerlo nel sapone, poi iniziò a passarlo sul collo dell’ospite disegnando dei piccoli cerchi.

Borges chiuse gli occhi e lo lasciò fare tornando a parlare.

Quando inizi a scrivere non pensi mai al successo o al fallimento di un libro. Quello che ora si chiama successo ai miei tempi non esisteva. E quello che si chiama fallimento si dava per scontato. Si scriveva per se stessi. Invece ora si pensa alla vendita: so che ci sono scrittori che annunciano pubblicamente di essere arrivati alla quinta, alla sesta o alla settima edizione.

E questo è sbagliato?

Io e il mio amico Bioy Casares facemmo una rivista segreta, si chiamava Contrattempo, se ne stampavano, credo, duecento copie: non volevamo essere contemporanei.

Don Isidro aprì il rasoio e iniziò ad affilare la lama sul palmo calloso della mano. Borges annuì colpito.

Dovresti usare la striscia di cuoio per affilare quell’arnese. Potresti farti molto male.

Non preoccuparti per me, ci sono abituato. Tu, piuttosto, ora che sei alla fine della strada. Cosa ne sarà del tuo mondo?

Borges alzò il mento presentando il collo insaponato.

Non devi preoccuparti, amico mio. Vedo la storia universale come un lungo sogno. Ma è un sogno che non ha un sognatore senza scopo. È un lungo sogno che si svolgerà attraverso i secoli. Per sempre.

Don Isidro affondò la lama nella schiuma e una goccia di sangue bagnò svelta la lama.

Mi dispiace — si affrettò a scusarsi.

Il mio sangue è il tuo sangue. E questa è la verità.

Cosa ne sarà di me? — domandò, infine, con un filo di voce.

Tu sei immortale, amico mio. Le pagine con il tuo nome racconteranno la tua vita per sempre… A differenza della mia, che vedrà presto il buio di una morte annunciata, ancor prima di morire.

Don Isidro gli fissò gli occhi. Sembravano adombrati da un velo invisibile. Solo in quel momento si accorse che qualcuno stava sognandoli.

i

 

cc  CSide Writer – Antonio Tenisci

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