C-Cinque + 1 – Improbabili – Don Calò

CCinque + 1 le cinque domande +1 di Salvatore Stefanelli

Cinque domande + una al proprio creatore

(Don Calò intervista Lia Lo Bue – di Lia Lo Bue)

È l’alba ma non sono nel mio letto. Mi trovo inspiegabilmente catapultata in quella che sembra la mia città, ma se la guardo bene non è proprio l’Agrigento del 2019, quella che conosco e in cui vivo. È diversa: pochissime macchine parcheggiate sui due lati del viale della Vittoria e quelle che vedo sembrano uscite da una corsa di macchine d’epoca, sono spariti i semafori e l’asfalto non c’è sostituito da lastre di pietra grigia che rendono difficoltoso il cammino e che sanno tanto di “tempo che fu”. La stazione ha perso le panchine davanti all’ingresso e infine la chiesa di san Calogero ha un’aria diversa con quell’intonaco un po’ rovinato e senza la scalinata di marmo che porta ai sottopassaggi pedonali. Anzi a guardare bene sono spariti anche quelli. Mi avvicino all’ingresso del santuario del nostro amatissimo santo nero familiarmente chiamato san Calò e vengo presa da una sorta di vertigine. Che incantesimo è questo, dove sono? Questa è l’Agrigento degli inizi degli anni 60, e ne sono sicura giacché ho cercato e studiato bene le cartoline del tempo quando stavo scrivendo con Adriana e Alberto il nostro romanzo collettivo a 3 mani “La bellezza dell’acqua”. Santo cielo, come mai mi trovo qui e come ci sono arrivata? Il fiume delle domande senza risposta viene interrotto dal rumore di un portone che si chiude e dal lato sinistro della chiesa vedo sbucare una figura in nero che si dirige verso di me. Cammina velocemente, con la testa ricoperta da uno strano cappello a tricorno, abbassata a fissare la punta dei piedi, le mani dietro la schiena. Mi si avvicina, strofino gli occhi pensando di avere le traveggole. Quel signore, quel prete sembra proprio il personaggio del nostro libro, il mio don Calò. Comincio a camminare verso di lui, incredula, e poi mi ci piazzo davanti quasi a sbarrargli il passo come i bravi di manzoniana memoria fecero con il povero don Abbondio. Lui è costretto a fermarsi, alza la testa verso di me e rimane a fissarmi. Lo fisso anch’io e non credo ai miei occhi. Poi con un filo di voce balbetto: – Don Calò siete voi? – Sì sono io don Calò, parroco del santuario di san Calogero proprio dietro le mie spalle. E voi chi siete? -Come chi sono? Non mi riconoscete? Sono Lia la vostra autrice. Sono io che vi ho creato. Voi siete uscito dalla mia testa. Sono, in un certo senso, vostra madre. Che piacere conoscervi anche se sembra tutto così strano – Ma che andate dicendo? Voi bestemmiate signora. Voi mia madre? Ma avete forse bevuto. Itivinni a casa Ancora è presto per bere e poi una signora come a vossia non dovrebbe fare certe cose. Cerco di spiegargli -No, no itivinni ! mi grida -Forse ha paura di me ma poi si calma e mi fa parlare. Mi ascolta con attenzione, gli racconto del romanzo e poi, benché deluso di avere appreso che la sua esistenza è solo nel mio libro, comincia a pormi delle domande. Mi dica, signora Lia, ma a lei comu cci vinni in testa di scrivere di me? -Non c’è stato nulla di programmato. Lei prima di me non esisteva, è nato all’improvviso. Eravamo al corso di scrittura creativa e Beatrice Monroy, la nostra prof, ci suggerì di scrivere dell’omicidio Tandoj avvenuto ad Agrigento il 30 marzo del 1960. Ci invitò anche a sceglierci un personaggio e io, senza riflettere e di impulso dissi-me lo ricordo come se fosse ora: – Io scriverò di un parrino, si chiamerà don Calò.

-Che grande fantasia che avete avuto signora Lia, Calogero è un nome piuttosto diffuso ad Agrigento, san Calogero, il santo nero, non è il patrono ma è il santo più amato a dispetto di ddu sant’omu di san Gerlando che non viene calcolato da nessuno. Se penso alla prima settimana di Luglio ad Agrigento quando c’è la festa e tutti sembrano impazziti, mi sento male. Questa non è religione, è paganesimo: chiedere una grazia e offrire in cambio kili di pane tirandoli dai balconi e dalle finestre sulla testa di quelli che partecipano alla processione del santo mi sembra davvero blasfemia. Cosi di pazzi sunnu ,ma chistu è ,cca a Girgenti

Ma mi dica -che sono curioso di sapere- difficili fu immaginarisi sta città e i so abbitanti a ddi tempi?– Immedesimarmi in un parrino come lei di un’arretrata cittadina siciliana degli inizi degli anni 60, un periodo in cui io non ero ancora nata, è stato difficile. Ho dovuto leggere le cronache del tempo, cercare i riti in latino dell’estrema unzione, entrare nella sua testa, capire i suoi meccanismi che facevano da molla alle sue azioni. Insomma una faticaccia ma, a parte un momento di scoraggiamento iniziale, devo dire che poi non ho avuto ripensamenti, lei, don Calò mi ha dato innumerevoli soddisfazioni, è piaciuto tanto a molte delle persone che l’hanno conosciuta sulle pagine del romanzo. Hanno riso e sorriso con lei riconoscendo nelle sue mancanze e debolezze le loro. Lei è un personaggio umano, vero, don Calò, e questo la rende simpatico Ridacchia sornione e soddisfatto (vuoi vedere che è anche vanitoso e io, autrice sbadata, non me ne sono neanche accorta?) e poi continua curioso: –Ma mi dicissi a verità: avi intenzioni forsi di scriviri autri stori cummia? Non voglio deluderlo ma la verità è verità. -Purtroppo non credo proprio che la mia penna la farà rivivere. Tra l’altro diciamo che diversi l’hanno preso in prestito inserendola nei loro scritti. Altri colleghi che come me seguivano il laboratorio di scrittura di Beatrice hanno subito il suo fascino e così lei, il mio caro, buffo parrino, si è messo a camminare senza di me dando la mano ai miei colleghi scrittori. A volte ne sono stata contenta, a volte un po’ meno. E poi la bellezza dell’acqua, essendo un romanzo collettivo scritto a tre mani, comportava che voi personaggi usciste dalle pagine del vostro autore per rientrare in quelle scritte dagli altri due e cosi a turno Adriana Iacono e Alberto Bellavia ed io abbiamo a scritto di tutti e tre i personaggi. Lei era anche nelle storie degli altri due eroi del nostro romanzo, era con Cetti e con Gerlando il muto. E soprattutto è stato vivo anche senza di me.

-Mihh che cosa strana. E puru difficili mi sa.

-Sì non è stato semplice, ma credo che alla fine sia venuto fuori un bel romanzo

Ma continuassi a diri a virità, come nel confessionale e mi dicissi: -Cosa nun ci piacì da me storia? Chi bbulissi canciari? -Nulla , don Calò ,lei è perfetto così com’è, buffo ,umano persino ridicolo ma solo un po’ e di tanto in tanto, tenero, innamorato , sempre ad affannarsi per tutti quando magari avrebbe voluto rimanere tranquillo in canonica a gustare i parchi pasti o a recitare soporifere ma rassicuranti preghiere, sempre le stesse, giorno dopo giorno .E invece no, la chiamano , la cercano, la fanno, suo malgrado, protagonista , e allora lei si sveglia e le accade ciò che mai avrebbe pensato le sarebbe potuto accadere. E ci sbalordisce tutti… anche me che pure l’ ho inventata. Dal canto mio devo dirle che le sono molto grata :mi è stato utile. Creando lei ho analizzato me stessa, i miei difetti, apprezzando lei, ho apprezzato me e i miei pregi. Lei è stato il mio specchio e per questo la devo ringraziare

Mah sta cosa della scrittura mi piaci assà. E si addivintassi iu scritturi e mi vinissi in testa di scriviri di lei che personaggio ci putissi fari fari?

Mhhh senza pensarci troppo le dico una storia inserita nel mio ambiente naturale: la scuola. Magari potrebbe parlare di me per quella che sono, ma single, che essere sposata è troppo impegnativo al giorno d’oggi. Potrebbe descrivermi come una prof di inglese avanti negli anni, che si innamora perdutamente del suo collega di religione, per l’appunto, un parrino. Sarebbe una bella rivincita non crede? E lì, nella storia, la prof potrebbe mutare completamente fisionomia e diventare una sorta di miss Hyde, sconvolgendo se stessa e i suoi lettori. Lei potrebbe farlo molto bene caro don Calò, chissà quante storie inenarrabili avrà sentito negli anni dal suo confessionale. Dico bene? E queste storie potrebbero diventare pagine di racconti. Poi se proprio non ha la vena dello scrittore le racconti a me omettendo nomi, luoghi e date e sarò io la sua penna o meglio il suo pc. – Si raggiuni avi, la scrittrice è lei iu parrinu sugnu. E u parrinu a ffari. Però un favuri ci u vulissi addumannari, mi racconterebbe di comu mi finì dopo la fine del romanzo? Curiusu sugnu… comu na signa.

-Dopo l’ultima pagina del romanzo tutti i lettori si sono chiesti e mi hanno chiesto cosa ne sarebbe stato di Don Calò. Ecco questa è l’occasione per soddisfare la loro curiosità. Don Calò riprese la sua vita di sempre ma sostenuto da una nuova certezza. L’amore, quello con la A maiuscola, quello che non ha bisogno neanche di essere ricambiato. Lui sapeva cosa il suo cuore provava per Leila anche se Leila sembrava non provare gli stessi sentimenti. Le era stato vicino dopo la scarcerazione ma lei, riservata da sempre, lo era diventata ancora di più dopo quel 30 marzo e dopo che quegli spari che avevano sconvolto le vite di troppi e stroncato quelle di suo marito il commissario Tandoj e quella del povero Ninni Damanti, il ragazzo innocente coinvolto per fatalità nell’omicidio. Cetti, la fidanzata di Ninni, distrutta dal dolore, non era più venuta in chiesa la domenica e finite le superiori era andata via per dimenticare la tragedia e trovare la strada e il coraggio per realizzare i sogni che l’avevano tenuta in vita. Neanche Leila aveva più messo piede a san Calogero. Era sparita dalla circolazione. Ogni tanto don Calò era andato a trovarla, ma erano momenti in cui la magia dell’incontro fatidico al carcere, quando le loro anime si erano finalmente incontrate, non si era più rinnovata. Lei , sempre gentile, gli offriva il thè o il caffè e poi ,dopo un quarto d’ora di convenevoli e conversazione forzata il mutismo di lei costringeva don Calò ad andare via con il cuore dolorante. Andò avanti così per tutto il resto della sua vita ,non lunghissima in verità ,infatti don Calò per uno scherzo della sorte si spense serenamente lo stesso 30 marzo in cui il commissario era stato ucciso ma del 1976, con Famiglia Cristiana tra le mani e un sorriso da persona buona stampato sul viso. Forse se si fosse trovato in un romanzo di Nathaniel Hawthorne ,aprendogli la tonaca avrebbero trovato stampata sulla maglietta di cotone bianca una L rossa. La L di Leila, la donna che aveva fatto battere il suo cuore e sconvolgere la sua mente. Finisco di parlare e raccontare e lo guardo in viso , ha gli occhi umidi e improvvisamene sembra più pallido e non più così buffo. Sembra sofferente e il suo dolore è quasi tangibile per me ,lo sento mentre ripensa al suo amore impossibile che però ha dato un senso alla sua vita , rendendolo uomo. Mi afferra le mani e me le stringe. Mi guarda dritto negli occhi e mi sussurra: -Grazie mamma Lia. Che il Signore ti benedica e guidi i tuoi passi e le tue mani. Mi raccumannu scrivi cose belle soltanto e ogni tanto pensami e scusami se ti ho dato del tu. Potresti essere mia figlia.

-Grazie don Calò è stato un piacere crearla.

Lo seguo con lo sguardo mentre, sempre di fretta, si dirige verso la via principale e a poco a poco svanisce nella luce del sole. Stringo gli occhi per non piangere e riaprendoli mi risveglio nel mio letto.

 

cc  CSide Writer – Alain Voudì

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