C-Editoriali – Lingua e antilingua

C-Editoriali Divagazioni sul tema (59)

Lingua e antilingua

Come scrivere e non scrivere nel paradosso della lingua

(di Paolo Facco)

Esiste una strana contraddizione nella lingua scritta. A scuola e a casa, gli italiani leggono molto Primo Levi e Italo Calvino, due scrittori limpidissimi nel linguaggio, cartesiani, due scrittori che hanno esplicitamente difeso il nitore della scrittura in generale. Calvino lo ha fatto più volte, ma soprattutto in un celebre articolo pubblicato sul quotidiano “Il Giorno” dal titolo L’antilingua (1965). L’articolo cominciava con una scenetta: la deposizione di un tale davanti ai Carabinieri e la messa in bella di tale deposizione da parte del brigadiere. Quest’ultimo sostituiva ogni parola e ogni giro di frase d’uso corrente, con parole e giri di frase alle sue orecchie più eleganti, ma in realtà tremendamente goffi:

Il brigadiere è davanti alla macchina da scrivere. L’interrogato, seduto davanti a lui, risponde alle domande un po’ balbettando, ma attento a dire tutto quel che ha da dire nel modo più preciso e senza una parola di troppo: «Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermelo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata».

Impassibile, il brigadiere batte veloce sui tasti la sua fedele trascrizione: «Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell’avvenuta effrazione dell’esercizio soprastante».

L’antilingua descritta da Calvino è la lingua nemica della chiarezza e della concretezza, satura di formule burocratiche, la lingua che preferisce il verbo “recarsi” al verbo “andare”, la perifrasi “prodotti vinicoli” al sostantivo “fiaschi”. Questo perché le parole “andare” e “fiaschi” vengono sentite come troppo vicini al parlato, inappropriate in un testo scritto: si scambia spesso la semplicità per sciatteria, mancanza di eleganza. Invece, una scrittura semplice è sempre raccomandabile, soprattutto quando si compilano atti ufficiali come una denuncia, o quando si scrive una legge (e basta sfogliare la Gazzetta Ufficiale per vedere che i nostri legislatori non seguono affatto i consigli di Calvino).

Osservato da questo punto di vista, il problema dell’antilingua è molto più serio di quello che si potrebbe immaginare perché, come osserva più avanti Calvino, questa lingua artificiale, fasulla, è il sintomo di un rapporto sbagliato non solo con il linguaggio ma con la vita e con sé stessi. Infatti, chi parla o scrive così vuole darsi un’aria di importanza, vuol essere più di quel che è realmente, vuole mettersi su un piano diverso e più alto dei suoi interlocutori. Loro, poveretti, dicono ‘andare’, ‘trovare’, ‘cena’, mentre noi, l’autorità, diciamo ‘recarsi’, ‘incorrere nel rinvenimento’, ‘pasto pomeridiano’. Il problema, insomma, non è solo linguistico ma è etico, è civile: adoperato a questo modo, il linguaggio non serve, come dovrebbe, a comunicare, a farsi capire, ma al contrario serve a tenere a distanza, a mettere una barriera tra sé e gli altri.

Quanto a Primo Levi, sono note le sue idee sulla lingua scritta, in particolare in un capitoletto del suo libro L’altrui mestiere intitolato Dello scrivere oscuro, che raccomanda appunto, la virtù della chiarezza:

vorrei aggiungere che a mio parere non si dovrebbe scrivere in modo oscuro, perché uno scritto ha tanto più valore, e tanta più speranza di diffusione e di perennità, quanto meglio viene compreso e quanto meno si presta ad interpretazioni equivoche […]. La scrittura serve a comunicare, a trasmettere informazioni o sentimenti da mente a mente, dà luogo a luogo e da tempo a tempo, e chi non viene capito da nessuno non trasmette nulla, grida nel deserto. Quando questo avviene, il lettore di buona volontà deve essere rassicurato: se non intende un testo, la colpa è dell’autore, non sua. Sta allo scrittore farsi capire da chi desidera capirlo: è il suo mestiere.

Note dell’autore

1) A parere mio, non bisognerebbe rifiutare una lingua scritta, ricca di termini ricercati. Nel parlato non si ha tempo di riflettere e mettere in ordine i propri pensieri come nello scritto e si tende ad utilizzare parole conosciute anche dai bambini (quindi molto generiche). In tal modo, la lingua espressa oralmente può causare contraddizioni e fraintendimenti che non si manifesterebbero comunicando per iscritto. D’altronde, quanto sono importanti, ancora al giorno d’oggi, le comunicazioni scritte via mail? Sono vitali per il successo di un’attività. In questo la scrittura è un mezzo di comunicazione molto potente. La scrittura con termini ricercati e non banali, non necessariamente forma una barriera fra le due parti comunicanti anzi, spesso li fa avvicinare, risolvendo contraddizioni e fraintendimenti. Quanto detto fin qui, in questo primo punto, è in linea con l’opinione della scrittrice Oriana Fallaci, che sul suo libro Inshiallah scrisse: “il linguaggio parlato è per sua natura sciatto ed impreciso. Non dà tempo di riflettere, di usar le parole con eleganza e raziocinio, induce a giudizi avventati e non fa compagnia perché richiede la presenza degli altri. Il linguaggio scritto, al contrario, dà tempo di riflettere e di scegliere le parole. Facilita l’esercizio della logica, costringe a giudizi ponderati e fa compagnia, perché lo si esercita in solitudine. Specialmente quando si scrive, la solitudine è una gran compagnia”.

2) Primo Levi nel suo libro Il Sistema Periodico, usa termini che potremmo definire “ricercati” ed io ho avuto bisogno del dizionario per conoscerne il significato. Dunque, ha sbagliato ad utilizzarli? No, perché i significati di quei termini sono corretti per esprimere quello che l’autore desidera comunicare al lettore. Probabilmente, utilizzando parole “più semplici”, l’autore sarebbe stato costretto a svolgere fastidiose perifrasi: molte parole, grazie ai loro significati permettono maggiore sintesi nella scrittura e quindi maggiore scorrevolezza nella lettura.

3) L’uso di termini ricercati crea distanza fra le parti comunicanti nel momento in cui queste sono differenti culturalmente. Ad esempio, è controproducente spiegare un concetto di meccanica ad una persona ignorante in materia, utilizzando termici specialistici. Allo stesso modo, è inutile spiegare una cosa ad un bambino utilizzando termini che lui non può ancora conoscere, ad esempio usando le parole “anacronistico”, “utopico” o “veemenza”. Qui nascono i due seguenti problemi.

Primo. Quando due persone iniziano a comunicare può essere difficile per entrambe capire qual è il livello culturale di ognuna nell’argomento che stanno affrontando, oppure com’è abituata a comunicare ognuna delle due (in maniera semplice o tramite termini ricercati).

Secondo. Non esiste una definizione esatta del “modo di esprimersi”. Quindi, non è sufficiente giudicare il modo di esprimersi (nello scritto o nel parlato) con la dicotomia semplice/forzato, come pretende di fare l’autore dell’articolo. Esistono infinite sfumature. Cosa significa che un modo di scrivere o di parlare è “ricercato” o “elegante” o “banale” o “semplice”? Quando si dice che bisogna scrivere in “maniera semplice”, cosa si intende esattamente? In che senso il verbo “recarsi” è più ostico e forzato del verbo “andare”. Non esistono criteri per stabilire tutto ciò.

4) Riprendendo il problema della differenza culturale che può esserci fra due parti comunicanti, Calvino e Levi hanno centrato il punto: quando si scrive bisogna farsi capire da chi ci sta ascoltando. Aggiungo che questo non è sempre così semplice. Spesso succede che il nostro ricevente non abbia compreso il concetto che gli stiamo trasmettendo. Cosa si fa in questo caso? Lo si rispiega, utilizzando però altre parole e altre frasi, avvicinandosi ad un linguaggio più consono a quello di una persona non competente sull’argomento che si sta affrontando. Insomma, bisogna aumentare il più possibile la semplicità delle frasi, utilizzando termini accessibili al ricevente. Pensiamo a quando dobbiamo spiegare qualcosa ad un bambino, con quanta semplicità dobbiamo comunicare.

Questo tentare di spiegare nel modo più semplice possibile ha anche un risvolto inaspettato: ci mette alla prova, dimostrando a noi stessi quanto abbiamo capito di quel concetto che vogliamo trasmettere. Questo in linea con quella ridente frase, attribuita ad Albert Einstein: “hai capito perfettamente un concetto se sei in grado di farlo capire a tua nonna”. Spesso ci si rende conto di avere lacune impensabili. Tutto ciò accade perché, nell’andare a spiegare un concetto in maniera più semplice possibile, siamo costretti a partire dalle sue basi e lì scopriamo di non sapere alcune cose importanti, perché le avevamo date per scontate. Ad esempio, se devo spiegare come funziona il freno di un’automobile devo prima dire quali sono i componenti fondamentali e potrei scoprire di non conoscerne qualcuno di essi. Il che purtroppo, non mi permette di spiegare per bene il funzionamento del freno.

 

cc CSide Writer – Paolo Facco

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