C-FantastiChe – Grazia Maria Francese

CFantastiChe le interviste raccontate di Stefania Fiorin

A metà fra racconto e intervista, a metà fra una conversazione e un pensiero. Non chiamatele interviste, non chiamateli racconti, chiamatele “Le interviste Fantastiche”. (3)

Intervista Zen a Grazia Maria Francese: donna, medico, scrittrice, praticante di Kendo e molto altro.

Decisi a marzo, senza esserne cosciente, che prima o poi avrei fatto un’intervista a Grazia Maria Francese: piccola grande donna fuori dagli schemi. L’incontrai alla premiazione del concorso letterario “Verbania for women”, entrambe ritiravamo dei premi. Eravamo vicine nel gruppo formato per la foto di rito. La osservai, attratta dalla serenità che emanava e dalla forza che percepivo. Disse che era già stata in quel luogo, per un convegno Zen; le sorrisi e compresi che oltre alla passione per la scrittura ci accomunava la pratica dello Zen.

I simili si riconoscono senza troppe parole: da cuore a cuore.

Questa mattina ho raggiunto il Dojo di Fontaneto d’Agogna, luogo della pratica, un casale circondato da rigogliosa vegetazione, tra cui alberi carichi di frutti, ristrutturato da Grazia Maria e da altri sostenitori, dove lei vive e di cui è l’anima.

Sono arrivata alle undici, in tempo per il momento di meditazione Zazen (meditazione zen da seduti ) da me appresa anni fa e tuttora utilizzata. Non ho avuto bisogno di fantasticare per prepararmi a questa intervista perché nel fantastico ci ero immersa: il tutto, insieme, semplicemente.

La meditazione è un’esperienza essenziale, è un viaggio nell’immobilità e nel silenzio dentro se stessi. Terminata questa benefica prima fase, ci siamo trasferiti nell’ampio salone con pavimento e tetto in liste di legno biondo dove sono stata inserita nella pratica dello Zen in piedi che prevede il movimento e l’uso di bastoni/spade. Ho verificato l’importanza della respirazione per equilibrare e controllare la forza, sostenuta dalle impeccabili spiegazioni di Grazia Maria. È stata una grande emozione lavorare a rotazione con persone che mi hanno dedicato il tempo, l’attenzione e il rispetto nonostante la mia scarsa conoscenza della tecnica. La terza fase l’ho vissuta da osservatrice; il gruppo, arricchito di partecipanti tra cui un ragazzo di dodici anni davvero capace, ha praticato l’allenamento alla parte sportiva dello Zen: il Kendo, antichissima arte giapponese che richiede un particolare tipo di abbigliamento fatto di elmo, corpetto, guanti, apposite protezioni e una spada di bambù: “shinai”. L’abbigliamento sotto l’armatura si chiama “bogu” e comprende una giacca “kendogi” e dei pantaloni larghi e lunghi “hakama”. Sono rimasta incantata per tutta la durata dell’allenamento, coinvolta dal volteggiare di uomini dai fisici possenti e donne esili che contrastavano con pari abilità gli attacchi dei colleghi apparentemente più dotati. I loro abiti si allargavano sulle braccia e sulle gambe a ogni evoluzione facendoli assomigliare a splendide aquile in volo. I “kendoka” emettevano grida necessarie a esprimere il loro spirito combattivo che variavano d’intensità e suono: pareva che cantassero. L’arte marziale del Kendo è lo spirito di chi con una semplice spada può far fronte, in nome della dignità, all’arma più potente e sofisticata.

Grazia Maria ha sottolineato che, al contrario di quanto potrebbe sembrare, il Kendo è accessibile a ogni età, infatti non si pratica con la forza muscolare bensì con la conoscenza della tecnica e l’uso corretto della respirazione.

Per pranzo abbiamo consumato delle gustose pietanze preparate con ingredienti semplici e genuini in parte provenienti dall’orto che Grazia Maria cura con amore, trattore e vanga. La digestione è stata accompagnata da una passeggiata nella tranquillità e pace fino al quieto laghetto; ho approfittato del momento per iniziare l’intervista.

S– È un vero piacere incontrarti, Grazia Maria! Ti ringrazio di aver accettato l’intervista. Ho una lista di domande, la prima è per la scrittrice. Dunque…nel 2015 hai pubblicato dei romanzi: Roh Saehlo – Sole Rosso e L’uomo dei corvi, entrambi narrano del periodo storico Longobardo e il recente Arduhinus. I primi due li hai tenuti nel cassetto a maturare per anni: perché e come hai deciso di pubblicarli?

G– Ciao, Stefania, benvenuta! La prima bozza di Roh Saehlo – Sole rosso, risale a una trentina di anni fa. Il romanzo è cresciuto insieme a me, mi ha aiutata a far decantare alcune situazioni di vita e a distaccarmene. Alla fine l’ho riletto e mi sono domandata: perché non provi a pubblicarlo? Ciò ha richiesto un lavoro enorme di verifica sui dati storici e una rielaborazione stilistica di cui, a dire il vero, non sono ancora pienamente soddisfatta: date le dimensioni del romanzo (550 pagine in cartaceo) ci sono voluti ancora un paio d’anni. Scrivere per se stessi oppure per i lettori, non è la stessa cosa! L’uomo dei corvi è stato molto meno impegnativo, perché si tratta di uno spin-off di Roh Saehlo. Il terzo romanzo su re Arduino è la cosa più difficile che abbia scritto finora, c’è voluto il suo tempo a ultimarlo ma mi sono divertita.

S– Ti piace la Storia e in particolare il Medioevo che studi: come e quando è scaturita questa tua passione?

G– La passione per l’alto Medioevo italiano non saprei proprio dire da dove arrivi: forse da qualche strato profondo del mio essere. Negli anni si è intrecciata con la passione per il periodo feudale giapponese. Longobardi e Samurai sembrano molto lontani tra di loro nel tempo e nello spazio, ma si assomigliano più di quanto si possa credere. Sia gli uni che gli altri sono guerrieri, nel senso buono che si può attribuire a questo termine: i Longobardi sono visti in modo molto negativo da un certo genere di storiografia, ma si tratta di calunnie. Basta leggere tra le righe delle fonti storiche per tracciarne un’immagine ben più avvincente.

S– Come ti sei avvicinata alla pratica Zen e all’arte marziale del Kendo?

G– Il mio interesse per il Kendo è nato nel 1986. Volevo provare a usare una spada, anche per rendermi conto di ciò che fanno i miei personaggi: il destino non mi ha fatto incontrare la scherma o la spada medioevale, ma quella giapponese. Questo è stato il tramite per accedere al mondo misterioso dello Zen. Lo scorso inverno ho conseguito il grado di Daishi (vuol dire ‘sorella maggiore’) nel monastero giapponese cui sono affiliata: un passo importante per me.

S– In una particolare azione dell’allenamento a cui ho assistito, hai spiegato l’importanza dell’incedere sicuro; si può fare un passo in più verso l’avversario, verso la meta, quindi: niente ferma chi è determinato. Ho capito bene?

G– Brava, hai colto nel segno! La spada giapponese si può usare in vari modi. Molti si basano su forza fisica e velocità: se fosse così io non potrei farcela, e come me tutti quelli che non sono giovani o atletici. Altri si basano sull’adattabilità e la capacità di percepire ciò che fa l’avversario. Altri ancora, come l’esercizio che hai visto (stile Jiki Shinkage Ryu) si basano sulla determinazione, e sulla scoperta di come abbassare il respiro. Anche una persona senza capacità può dare filo da torcere a un avversario esperto se respira bene, cammina bene e non ha paura.

S– Vuoi parlarci del Dojo e dei progetti futuri?

G– Il Dojo è stato costruito come ambiente per fare Kendo e Zen con un Maestro giapponese che viene periodicamente in Italia per seguire il nostro gruppo. Siamo pochi, ci autofinanziamo e facciamo molte cose con le nostre mani, però le risorse non bastano mai: per far venire il Maestro dal Giappone, oltre alla buona volontà, ci vuole il biglietto aereo. Ma niente ferma chi è determinato. Anche la pubblicazione dei miei romanzi è una briciola di questo lavoro: se ne è ricavato un centesimo, sarà un centesimo in più per finanziare le attività del Dojo. In effetti i due premi del concorso letterario “Verbania for Women”, di cui ho vinto ben due edizioni, è servito ad acquistare piante di ciliegio da fiore. Ne sono davvero riconoscente, come lo sono agli editori che hanno pubblicato i miei romanzi (Soldiershop il primo, Edizioni Esordienti Ebook il secondo), a tutti quelli che ci hanno aiutato o che lo faranno in futuro. Abbiamo un sacco di progetti: completare il giardino, creare un sentiero nel bosco e padiglioni per meditare all’aperto, una cascata… non si finisce mai.

S– La festa dei ciliegi in fiore…

G– La festa dei ciliegi è un evento che si svolge nel mese di aprile, quando i ciliegi da fiore nel giardino del Dojo sono in pieno sboccio. Si tratta di una festa con dimostrazione delle nostre discipline, recitazione di Sutra buddisti e alla fine ‘hanami’, ossia guardare i fiori bevendo un bicchiere di vino. Fortunatamente i buddisti non sono astemi. Di solito si beve bene… chi fosse interessato me lo dica! Siete i benvenuti.

S– Il rispetto…

 

G– Le discipline di combattimento giapponesi (Ken-jutsu, Ju-jutsu ecc.) nei secoli sono state trasformate in ‘Do’: Ken-do, Ju-do e così via. ‘Do’ vuol dire ‘Via’, cioè un percorso formativo. Un pilastro di questa formazione è il rispetto nei confronti dell’avversario, dell’insegnante e dei compagni. Chi non lo esprime non ha nulla a che vedere con il Do, e neanche con il Jutsu: la tecnica non può prescindere da un’attitudine armoniosa, almeno nei confronti di se stessi. Il proprio corpo va amato e rispettato. Aggressività, prepotenza, o all’estremo opposto il masochismo, sono tutto il contrario di ciò che insegnano le discipline orientali.

S– Mi racconti un aneddoto particolare e significativo che nessuno sa?

G– La prima volta che andai in Giappone, per un certo periodo alloggiai in un appartamento preso in affitto: era un ambiente piuttosto tetro. Nel tentativo di rallegrarlo acquistai una piantina di margherite, del costo di pochi spiccioli. Il giorno dopo il Maestro mi trovò una sistemazione più confortevole e spostò i miei bagagli nel nuovo alloggio. Pensavo che la piantina fosse finita nella spazzatura: invece il Maestro l’aveva messa sull’altare del Dojo, e ogni mattina la accudiva con amore. Fu in quel momento che decisi di seguirlo. Non me ne sono mai pentita.

S– Un messaggio per chi leggerà l’intervista…

G– Essere felici dipende un po’ dalle circostanze esterne, ma in grandissima parte da noi stessi. Il messaggio è: coltiviamo la capacità di amare! Solo così potremo essere felici. Per riuscire a rendere felici cose e persone attorno a noi, occorre grande tranquillità e determinazione.

Avrei continuato per ore a chiacchierare, conquistata dal pozzo di conoscenza e saggezza, ma dove regnano pace, armonia e disciplina non ci si può esimere dal rispetto dei tempi e degli spazi di ognuno. Grazia Maria aveva di certo molte cose da fare, l’ho lasciata portando con me il ricordo di una splendida giornata, la gioia e l’attesa di un prossimo incontro.

 

cc  CSide Writer – Stefania Fiorin  

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