C-FantastiChe – Salvatore Stefanelli

CFantastiChe le interviste raccontate di Stefania Fiorin

A metà fra racconto e intervista, a metà fra una conversazione e un pensiero. Non chiamatele interviste, non chiamateli racconti, chiamatele “Le interviste Fantastiche”. (2)

Salvatore Stefanelli

Una carrozza, seconda classe, di un treno a vapore in disuso costruito nel 1930.

Mi piace questo insolito luogo d’appuntamento! Nell’aria l’odore di carbone pizzica le narici.

L’ombra della notte cala silenziosa ma all’interno del vagone c’è luce: un segno di presenza.

Percorro il lungo corridoio deserto, cerco il poeta e autore Salvatore Stefanelli; dove sarà?

Dei colpi di tosse e il picchiettare su un vetro richiamano la mia attenzione. Lo vedo, è seduto su di un rigido sedile in legno, mi guarda serio e fa cenno di avvicinarmi.

Prendo posto davanti a lui, sulla scomoda panca: come potevano resistere, i viaggiatori di un tempo, seduti su delle assi per centinaia di chilometri? Io, dopo pochi minuti, ho male alla schiena e il treno è fermo!

Stefania: Ciao Salvatore, grazie per aver accettato l’incontro e di rispondere alle domande.

Salvatore: Grazie a te, carissima. Eccomi, sono a tua disposizione. Chiedimi ciò che vuoi, non metterò limiti alla nostra conversazione, scaverò dentro me per trovare e trovarmi.

Stefania: Ho letto decine di tue poesie pubblicate in numerose raccolte. Ti trovo “carducciano”, scrivi versi profondi e intimi. Da dove sgorga la tua poesia?

Salvatore: Non lo so, è come una nebbia che mi porto dentro, sale e lascia il posto alla pioggia. Mi abbandono all’acqua che mi bagna e danzo sino a sfinirmi. Quando mi riprendo trovo sempre un foglio con gli appunti dei versi, ne faccio un aeroplano e lo do al vento che lo porti lontano.

Stefania: Più poeta o più autore di racconti di genere?

Salvatore: In genere lascio che mi si racconti attraverso le storie che scrivo. A volte a narrare sono dei fantasmi che mi escono dal petto, altre sono dei vampiri che non vorrebbero esserlo, oppure voci di donne che hanno tanto da dire e di uomini che hanno tanto da insegnare nonostante la loro diversità.

Stefania: Era la mattina del 23 ottobre 1873, quando ti accompagnai alla stazione e tu mi t’involasti in un orribile carrozza di seconda classe e il faccin mi sorrise l’ultima volta. Cito Carducci, e non è un caso se ci troviamo qui, ma so che c’è anche per te un 23 ottobre 1873.

Salvatore: Un giorno nefasto, dove la memoria che avrei voluto dimenticare si è riaffacciata, dolorosa e tragica. Dove l’odio ha prevalso sull’amore, perduto e mai più ritrovato. Perché mi fai ricordare? Perché, lì, dove tace lo sguardo di chi ho amato, spento per mano mia, or vedo i tuoi occhi belli e gelidi come i ghiacciai dei miei inverni? Lo sapevo che non sarei dovuto venire. Oramai sono qui. Attenta: una minaccia mi segue. Dimmi e facciamo presto, o anche tu sarai in pericolo.

Stefania: Sì, d’accordo, facciamo in fretta: “La signora”.

Salvatore: Un’idea bellissima, mai incontrata, mai abbandonata. Un ideale che ricerco in ogni donna, forse, o al contrario, che rifuggo dal cercare. Stringo i pugni sino a lacerarmi le carni e osservo le mie unghie, artigli che hanno sventrato la vita per darmi il suo contraltare. Ancor oggi “la Signora” mi perseguita, mi anima, mi ama. Sento di non poterla abbandonare. Tu non sei lei. Tu potresti essere l’altra… e nemmeno io potrei resisterti. Dimmi, Stefania, morresti per me?

Stefania: Ehm… ma… non credo, Salvatore, almeno non adesso dato che domani dovrò presenziare alla riunione condominiale, è importante che io ci sia, per una questione di millesimi, quindi… e poi le domande dovrei farle io, non mettermi in difficoltà! Un estraneo qualunque?

Salvatore: Mi capita spesso di sentirmi così. Quando l’odio è parente dell’indifferenza. Ma alla fine nessuno di noi è mai veramente estraneo, mai nessuno è uno qualunque. Tu mi ci vedi a essere uno qualunque? Camminare tra la gente, invisibile ai più, senza nulla da dire o nulla che valga la pena di ascoltare, senza nulla da narrare? Credo che morirei. E in fin dei conti la Morte è solo un’altra compagna con cui giocare.

Stefania: Il figlio ritorna sempre?

Salvatore: Sempre. Lo deve a se stesso, lo deve al padre, lo deve alla storia.

Lo senti, Stefania? Il treno rallenta. Lungo le pareti esterne corrono le fiere, senti i loro ululati che arpionano l’aria? Scusa, se mi alzo, ma il mio respiro si è fatto vorace di libertà, sono pronto a riprendere la fuga.

Stefania, stai tremando. Vieni con me, ti proteggerò!

Io tremo, davvero! Lui, mi ha quasi ipnotizzata con lo sguardo enigmatico e un vortice di parole e… ululati non ne sento, solo la sua voce rimbalza sulle pareti di questa vuota carrozza, ma è meglio che non glielo dica, se lo facessi romperei l’attimo di catarsi.

Si apre una porta in fondo al vagone.

Salvatore continua il monologo: L’ululato è il grido della vendetta. Mi hanno trovato, ma adesso c’è anche lei. Affronto il primo dei miei nemici. Il primo, mentre altri avverto sopraggiungere. Schivo le lame, i denti e affondo i miei nella carotide. Sangue! Scorre sulla lingua, scivola in gola. Odio il sangue. Lo odio! Ma fa parte di me. Non c’è più tempo, altri stanno arrivando, i loro ululati sono sempre più vicini.

Stefania, ascolta, devi stenderti sul pavimento, sotto i sedili. Loro cercano me, non te. Me li porterò dietro tutti, stai tranquilla!

Io non smetto di tremare, tranquilla proprio non lo sono. Resto immobile e senza domande, la protagonista di un film d’autore.

Pare che Salvatore stia per andarsene. È nel corridoio, mi dà le spalle quando all’improvviso si gira e mi raggiunge.

Salvatore: Non smetti di tremare. Ti do un bacio su quelle labbra succose e rosse… come il sangue prima di dirti: addio!

Ora, correrò verso la porta. Eccoli i miei cacciatori venirmi incontro, arrivano dall’altro vagone. Non aspetterò di essere la vostra preda! Mi sentite? Sarete voi le mie prede!

Salvatore se ne va, funambolo. Mi sento più tranquilla ora, ma ho solo il tempo per pensarlo; odo un ululato lontano e ricomincio a tremare.

BIOGRAFIA

Salvatore Stefanelli nasce a Napoli a luglio del ’63. Partecipa al primo contest nel 2010, con il racconto horror “La falce”. Ha all’attivo oltre settanta pubblicazioni in antologie di editori diversi, con racconti e/o poesie. Vince il 30° Premio WMI (Delos Books, 2013), dopo essersi piazzato due volte secondo. Nel 2014 arriva primo al concorso di Poesia indetto da “Stanza di Erato”. Nero Press Editore nel 2015 ha pubblicato l’ebook “L’origine della notte”, un racconto gotico, e nel 2016 l’horror “Apollinare Neiviller, note rosso sangue”. Delos Digital ha pubblicato nel 2016 la silloge poetica “DanzaTore, verso la luna” e nel 2017 il racconto thriller “La belva del mare” nella collana Delos Crime. Di prossima pubblicazione un nuovo ebook di Apollinare Neiviller.

cc  CSide Writer – Stefania Fiorin  

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