C-Incontri – le interviste – Nicola Verde

C-Incontri  Le interviste (102)

Oggi su CSide Writer incontriamo Nicola Verde dopo aver letto il suo libro “Il vangelo del Boia” (Newton Compton), e con la voglia di saperne di più su questo personaggio storico. Lo ospitiamo nel nostro salotto virtuale per chiacchierare con lui di libri, scrittura e personaggi storici, sempre alla ricerca del lato C

   

CSW: Ciao Nicola benvenuto su CSide Writer, è un grande piacere averti qui, mentre ti accomodi sul nostro divano virtuale posso offriti qualcosa da bere?

NV: Ciao, il piacere è tutto mio. Sono da poco tornato dalla Sardegna dove, come aperitivo, usano un mezzo calice di vino, e siccome le “cattive” abitudini si prendono per prime, vada per un mezzo calice di Vermentino di Gallura, un DOCG di Sassari, fresco, ma non ghiacciato. Grazie.

CSW: Mastro Titta, al secolo Giovanni Battista Bugatti, è un personaggio storico realmente esistito, boia del papa con oltre cinquecento esecuzioni capitali portate a termine. Ci racconti in breve come è nata l’idea di raccontare un personaggio come questo?

NV: L’idea è nata circa otto anni fa ed è stata del tutto accidentale. All’epoca cercavo una storia e un personaggio per un’antologia che io e altri autori romani stavamo meditando (un pensiero all’amico Massimo Mongai che ci ha lasciati troppo presto), poi intitolata “Delitto capitale” e uscita per la Hobby & Work. A me, per circostanze che non sto a raccontare, toccò l’Ottocento e, durante quella ricerca, casualmente, incappai nelle memorie apocrife di Mastro Titta. Il personaggio, di cui in verità si sa molto poco, mi incuriosì, un po’ per la banalità dell’uomo, nonostante il mestiere che faceva, e un po’ per quella convinzione che aveva della giustizia: la mela marcia va tolta prima che guasti l’intero cesto. In qualche modo, insomma, si sentiva il braccio secolare della giustizia divina. Ma, a dirla tutta, la voglia di scrivere di lui è venuta anche dal desiderio di andare controcorrente: di solito nei romanzi, infatti, vengono usati personaggi positivi, personaggi nei quali il lettore possa in qualche modo identificarsi, c’era modo di identificarsi in un boia? Insomma, una specie di sfida, che spero di aver vinto.

CSW: Storia e romanzo, fatti storici ed espedienti narrativi che s’incrociano. Quanto lavoro di ricerca occorre fare per i primi e quanta attenzione occorre mettere per collegarli ai secondi?

NV: In un romanzo storico la ricerca è, naturalmente, essenziale, e non soltanto quella che riguarda i grandi fatti, ma pure quella concernente la cosiddetta “minutaglia”, la quotidianità: come vestivano? Cosa mangiavano? Come parlavano? Quali i lavori che si facevano e quali gli stipendi? Come era la città? Come erano le abitazioni? E a questo proposito mi sono sempre chiesto come funzionassero i gabinetti… niente di più “quotidiano”… e Mastro Titta ne dà un esempio. Quanto ai collegamenti, ne parlo diffusamente nella Nota dell’autore, le cosiddette “coincidenze”: Titta che abitava a pochi vicoli da Costanza Vaccari; il giudice Collemassi impelagato sia nella condanna, ingiusta, di Cesare Lucatelli per l’assassinio di un gendarme, che nelle dichiarazioni impunitarie di Costanza; il testimone del delitto, un certo Ansiglioni, poi implicato anche nello scandalo delle foto pornografiche montato dalla Vaccari e che coinvolse l’ex regina di Napoli, Maria Sofia, sorella di Sissi; tutte verità storiche che sembravano legate da un sottile filo rosso, bastava, mi sono detto, riuscire a prenderne il capo. L’ho fatto.

CSW: La sensazione che ho avuto finendo il libro è che un personaggio complesso come Mastro Titta abbia ancora parecchie storie da raccontare, anche in ragione della sua lunghissima carriera. Stai già lavorando a qualcosa in questo senso?

NV: Lo faccio dire dallo stesso Ernesto Mezzabotta, lo scrittore che ha davvero scritto le memorie apocrife di Mastro Titta e che io, nel mio romanzo, immagino riprenda: “Quando si alzò sperò soltanto che la sua presenza non fosse stata inopportuna. In fondo, si disse, di storie, il boia papalino, ne aveva ancora tante da raccontare e forse poco tempo per poterlo fare…”. E, a Dio piacendo, ma pure all’editore e, soprattutto, ai lettori, di storie ne avrei sottomano almeno un altro paio, ma se ne potrebbero raccontare all’infinito.

CSW: Questa è la domanda che propongo a tutti gli amici che vengono a trovarci. Quale potrebbe essere secondo te il lato C della scrittura?

NV: Me ne vengono in mente parecchi, ma su alcuni mi soffermerei: l’umiltà, la semplicità e la sincerità. Posso riferire a questo proposito il pensiero di due grandi scrittori?

Flannery O’ Connor ha scritto:

Il loro interesse precipuo (dei dilettanti) va a idee ed emozioni disincarnate. Hanno la tendenza a essere riformatori e a voler scrivere perché ossessionati non da una storia, ma dal nudo scheletro di qualche concetto astratto”.

I materiali dello scrittore di narrativa sono i più umili. La narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo polvere, dunque se disdegnate d’impolverarvi, non dovreste tentare di scrivere narrativa”.

Non va mai dimenticato che cura immediata dello scrittore di narrativa non sono tanto idee grandiose ed emozioni tumultuose, quanto infilare pantofole di pezza agli scrivani”.

Di Hemingway mi limito a citare:

Certe volte quando iniziavo un nuovo racconto e non riuscivo ad andare avanti… mi dicevo “Non devi far altro che scrivere una frase sincera. Scrivi la frase più sincera che sai”. Allora finalmente scrivevo una frase sincera e poi continuavo da lì”.

Ma non posso dimenticare la pazienza e la leggerezza. La scrittura non deve avere fretta, deve depositarsi con lentezza. Per la leggerezza rimando, naturalmente, a Calvino. Troppi lati C? La scrittura è un’arte complessa e delicatissima, direi una mistura alchemica. E quindi aggiungerei: Compostezza, Correttezza, Compattezza, Costanza, Coerenza, Caparbietà, Calore, Carisma, Crudezza, Continenza (e in-Continenza) e… Continua… Continua… Continua…

CSW: Personalmente leggendo il libro, ma sopratutto le date, ho scoperto che nel 1864 venivano eseguite le sentenze capitali in piazza. A pensarci bene non sono vicende poi così lontane nel tempo. Partendo da questa considerazione, quanto può essere utile secondo te il romanzo storico per veicolare nozioni e cultura unite alla lettura d’intrattenimento?

NV: La Storia non ci è estranea, ci siamo immersi, ci appartiene, anzi, come qualcuno ha cantato, la Storia siamo noi, eppure, constato amaramente, non insegna. Comunque, a essere sincero, sono ossessionato dal timore che il lettore possa confondere il romanzo storico con il saggio storico, sono due cose distinte con compiti diversi. Nella Nota dell’autore, in fondo al romanzo, ho cercato di spiegarlo: la Storia è come una grande tela con degli strappi, compito dello storico è ricucire quegli strappi riprendendo esattamente i fili della trama e dell’ordito; il narratore, invece, ha maggiore libertà di manovra ricucendo quegli strappi con il filo della propria fantasia narrativa, purché, naturalmente, il quadro complessivo non subisca mutamenti sostanziali. Insomma, il romanzo storico è utile a veicolare alcune nozioni nella misura in cui, utilizzandole, non le stravolge, e, soprattutto, quando l’autore (e con lui il lettore) non dimentica che il fine ultimo dell’utilizzo rimane l’intrattenimento.

CSW: Oltre alla storia di Mastro Titta è di recente uscito un altro tuo libro. Ci anticipi due aneddoti per invogliare i lettori a prenderlo?

NV: Il romanzo a cui ti riferisci è “Il marchio della bestia”, Parallelo45 edizioni, quarto della mia serie “sarda”. Una Sardegna fine anni ’60, profonda, antica, oscura e misteriosa “quanto un pezzo di luna caduto nel Mediterraneo”, dove accadono delitti efferati con un maresciallo dei carabinieri che deve combattere innanzi tutto con i propri pregiudizi. Più che aneddoti, una sola considerazione: mi piace sottolineare che si tratta, appunto, del quarto romanzo di una serie: tre editori diversi e un grande autore, oltre che importante scopritore di talenti e profondo conoscitore del giallo/noir, quale è stato Luigi Bernardi, hanno decretato la qualità dei precedenti… basta come argomento per convincere i lettori, quegli stessi, tra l’altro, che ne hanno sancito il successo, a prendere anche l’ultimo?

CSW: Due libri appena pubblicati, con due editori diversi. Qual è il tuo prossimo progetto letterario?

NV: Come ho già detto rispondendo a una precedente domanda, quello più immediato è scrivere la seconda storia di Mastro Titta (in fondo si tratta di memorie apocrife), anche in questo caso riferimenti a fatti storici realmente accaduti, anzi a uno specifico che, tra l’altro, ha attirato l’attenzione di un importante regista (a questo proposito ci tengo a precisare che la “mia” attenzione è precedente, visto che l’argomento l’ho già trattato nel racconto uscito nell’antologia della Hobby & Work “Delitto capitale” e riedito in e-book dalla Newton Compton con il titolo “La lama del boia”). E poi… e poi, un mucchio di altri progetti: un paio di racconti che mi hanno chiesto; il quinto romanzo della mia serie “sarda” (che, nelle intenzioni, dovrebbe essere il secondo di una trilogia, visto che in quello appena uscito, oltre alla storia principale autoconclusiva, c’è in nuce quella di un delitto non risolto che si dovrebbe sciogliere nell’arco dei tre romanzi); il vecchio progetto di un romanzo di fantascienza, i cui semi li ho sparsi qua e là in racconti usciti in precedenti antologie; un romanzo per ragazzi (alla Lovecraft) scritto e riscritto e mai portato a termine… Insomma, tante idee e tanti progetti, forse troppi per una vita soltanto.

CSW: Grazie per essere stato con noi assieme a Mastro Titta a parlare di scrittura. Prima di lasciarci ci regali un C-saluto?

NV: Grazie a te e ai lettori per l’attenzione. Per il saluto è sufficiente incrociare le dita? Per CSide Writer, ovviamente, e per me!

 

cc CSide Writer – Marco Ischia

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