C-Incontri – le interviste – Athos Enrile

C-Incontri  Le interviste (91)

Oggi su CSide Writer incontriamo Athos Enrile, appassionato e profondo conoscitore del mondo della musica, ci sediamo con lui per parlare del suo libro “Le ali della musica” (Zona), ma sopratutto per parlare della musica, di quanto questa segni le nostre vite e di quanto questa abbia segnato la sua vita, perché forse è proprio vero che l’esistenza di ognuno è accompagnata da una colonna sonora unica e irripetibile… proprio come il lato C.

  

CSW: Ciao Athos benvenuto su CSide Writer, mentre metto un po’ di musica in sottofondo e ti faccio accomodare sul nostro divano virtuale, posso offriti qualcosa da bere?

AE: In questo caso posso darti poche soddisfazioni… un bicchiere d’acqua può bastare!

CSW: Leggere il tuo libro è un piacere sopratutto per la passione che ci metti in quello che fai. Si vede che “respiri” la musica a prescindere dal pensiero altrui. Io ho letto già la risposta nel capitolo “Perché un libro?”, ma ti va di riassumerci cosa ti ha spinto a scriverlo?

AE: Ho vissuto profondamente la musica partendo da un’epoca lontana, impossibile da raccontare efficacemente ai giovani, ed erano giorni in cui non esisteva supporto tecnologico adeguato, quello che avrebbe spiegato in modo chiaro un’evoluzione musicale e culturale importante. Tra qualche anno, neanche troppi, tutti gli attori protagonisti di quella scena non ci saranno più, e la memoria storica andrà persa per sempre; di fatto basterebbe passare una giornata a chiacchierare con qualche musicista che ha vissuto i seventies, anche se non famoso, per ricavare aneddoti e situazioni che permettono di disegnare un’atmosfera irripetibile. Non solo artisti, ma tutti quelli che hanno avuto un ruolo attivo nel modo della musica, in un tempo in cui bastava essere giovani e trovarsi al posto giusto al momento giusto per cambiare radicalmente il proprio futuro. Ecco, il ruolo che mi sono ritagliato è quello di mettere assieme la documentazione che ho raccolto nel tempo. Certo, ora è tutto facile, e quando descrivo a parole un concerto degli anni 2000 posseggo in realtà molto di più, una documentazione video che chiude il cerchio e che forse un giorno a qualcuno servirà; quando ero adolescente e partecipavo ai concerti storici di cui racconto, l’ultimo pensiero era quello di scattare una foto o di registrare l’audio… un vero peccato!

CSW: La tua rinascita musicale, se così mi permetti di chiamarla, e i tuoi tentativi di coinvolgere amici e parenti in questa passione, mi fa credere che la musica dovrebbe essere più presente in tutti noi. Secondo te, nella vita delle persone dovrebbe esserci più musica? Ma sopratutto perché?

AE: Tutti si riempiono la bocca con parole roboanti che legano indissolubilmente la parola Musica al sostantivo Cultura, ma poi si scopre che non esiste scuola superiore – tranne quelle specifiche – in cui sia previsto l’insegnamento della materia. Non possiamo vivere senza la musica, un’arte aggregante, didattica, vitale. Non è neanche il caso di fare distinzioni, quelle in cui siamo sempre molto bravi, e che ci permettono di stabilire cosa sia bello e cosa da cancellare. Proprio ieri sera ho messo in cuffia un brano di oltre 40 anni fa, che avrò sentito 1000 volte, e a un certo punto mi sono venuti i brividi… me li sono andati a cercare perché sapevo che lì li avrei trovati. Ecco, la musica permette di gioire, di piangere, di condividere momenti, di socializzare, di abbattere ogni tipo di barriera, e non va dimenticato quanto sia formativo lo studio di uno strumento, al pari delle lingue o dell’italiano. Ritorno un attimo alla scuola. Il mio attuale lavoro mi permette di parlare alla gente, e quando riesco introduco sempre esercitazioni legate alla musica, e i risultatati sono sempre esaltanti, almeno questa è la sensazione che mi arriva. Pensa se in una lezione di italiano in un liceo si proponesse un brano musicale di qualità e si chiedesse agli alunni di commentarlo, di fare ricerca sui testi, di tradurre una lirica inglese, di provare ad esporre con le proprie parole, di fronte alla platea, quali sono i contenuti oggettivi e quali le emozioni provate! Mi fermo qui… potrei scrivere un libro anche su questo argomento!

CSW: Nel tuo libro riporti una citazione emblematica di Wharol: “L’importante, nella vita, è crearsi una colonna sonora”. Quanto è vera questa affermazione? E cosa significa per te?

AE: Significa molto anche se, per fortuna, non esiste motivazione tecnica… non si sceglie a priori quale sarà questa colonna sonora. Nel mio caso ci sono tante diramazioni rispetto alla via maestra, ma la madre di tutte le colonne sonore mi riporta al mondo dei Jethro Tull. Hanno scandito i momenti più significativi della mia adolescenza e ho la fortuna che Ian Anderson, il leader della band, continua tutt’oggi a portare sui palchi – spesso italiani – sonorità uniche, sempre attuali. E poi la musica è memoria, e mi capita spesso di abbinare momenti del passato ad un brano ascoltato per caso, canzoni che vanno a toccare sensi impensati, come l’olfatto ad esempio… il CD gira e il naso mi si riempie di odori poco piacevoli oppure l’opposto. In fondo è rassicurante sapere sempre dove andare a pescare quando si ha bisogno di reagire al mood del momento, un porto sicuro in cui si sa già che la giusta risposta arriverà!

CSW: Parlando di un concerto dei Jethro Tull li hai definiti “la mia musica”. Perché secondo te si preferisce un genere musicale a un altro? Cosa scatta in una persona che lo fa dire: “questa è la mia musica”?

AE: Come ti dicevo non c’è razionalità in queste “scelte”. Siamo naturalmente condizionati dal momento in cui viviamo, dalla musica che ascoltiamo nell’attimo contingente, ma a volte si fanno scoperte casuali e sorprendenti che ci illuminano. Io sono abbastanza open mind, ma ci sono cose che non mi hanno mai dato la minima soddisfazione… io non so dirti perché, ad esempio, il reggae non mi abbia mai interessato, ma non ho mai trovato piacere nel suo prolungato ascolto. Non ho nemmeno grosso interesse per i messaggi, che sono condizionanti perché toccano la sfera della ragione, mentre la musica arriva immediatamente al cuore e al cervello, e anche il cantato diventa spesso mero elemento sonoro. Pensa a quando si ascoltavano i Beatles e tutti i gruppi inglesi e americani: pochissimi potevano captare le liriche e non c’era internet per una facile traduzione, eppure la musica arrivava. Con questo non voglio togliere importanza ai testi, che molte volte rappresentano un totale completamento della proposta. Mi sto riferendo ovviamente al mondo del rock, per altri generi, e in particolare per la musica di casa nostra, quella leggera intendo, la lirica è il 50% della canzone, e a volte anche di più!

CSW: Sempre rimanendo in tema della “tua” musica, nel libro parli spesso del genere Prog. Se dovessi descriverlo a chi non lo conosce come faresti?

AE: E’ molto complicato e la descrizione va esattamente nel senso del termine, che prevede la massima libertà di espressione in continuo divenire. La musica progressiva è stata definita tale solo col passare del tempo, e mentre la si viveva era denominata “pop”. Per sintetizzare in modo estremo direi che è caratterizzata intanto dall’abbattimento degli ideologici 3-4 minuti a brano, a favore di tempi senza logica precisa, spesso vere suite che coprono l’intero lato di un LP. Altro elemento importante è la commistione tra classico e rock, di cui ELP furono i portavoce più importanti. Aggiungerei l’introduzione di strumenti completamente nuovi, come il moog o il mellotron, e lo sdoganamento di altri che sino a quel momento avevano avuto collocazione differente, come il flauto del già citato Ian Anderson. E poi un’attenzione particolare per le liriche e il lato artistico delle copertine, veri oggetto di culto, e impossibili da riprodurre in modo adeguato nei formati che si sono succeduti dopo l’accantonamento del vinile. Tutto poteva confluire nel contenitore prog, dalla tradizione locale al jazz, dal blues al classico, e alla base c’era una perizia tecnica dei musicisti come mai si era vista prima.

CSW: Solitamente a questo punto agli ospiti di CSide Writer chiedo quale potrebbe essere secondo loro il lato C della scrittura, ma mi sembrerebbe di farti un torto a non riadattare la domanda per l’occasione. Ti chiedo quindi quale potrebbe essere secondo te il lato C della musica?

AE: Domanda complicata… direi che ci sarebbe bisogno di un lato C per la nostra musica e non mi voglio soffermare sul businnes che l’accompagna, condizionato, anche, dalla tecnologia, ma penso al talento e alla possibilità di esprimerlo nella maniera corretta. Se mi soffermassi sui Talent e sul Festival di Sanremo aprirei una pagina inutile e scontata… preferisco pensare che tra un po’ accadrà qualcosa che ci darà una scossa, quegli eventi epocali che ciclicamente arrivano e cambiano il corso della storia, sino a che non interviene una causa non sempre chiara e si deve ricominciare da capo. Credo che a questo punto avremmo bisogno di Punk, non come genere musicale, ma come elemento di rottura, che metta in ombra la mediocrità attuale e che, attraverso un possibile “nuovo e giusto”, alimenti l’alternativa che stiamo aspettando, e in tutto questo il ruolo principale spetta alle nuove leve.

CSW: Io per una questione anagrafica ricordo il delirio degli anni ‘80 nei confronti dei Duran Duran, le calche di ragazzine che volevano toccare o solo respirare l’aria di Simon Le Bon. Ma è solo un esempio se pensiamo prima ai Beatles, ai The Doors e molti altri. Oggi tutto questo mi sembra sparito o almeno molto affievolito. Non è che nell’era della comunicazione globale, in cui le grandi star comunicano direttamente con i fan è venuto meno il mito dell’irraggiungibile? O forse sono sparite le grandi star?

AE: Le star irraggiungibili esistono ancora oggi, non è attraverso facebook che si riesce a programmare un’intervista con Eric Clapton o Pete Townshend (sono arrivato al massimo al fratello!), ma è indubbio che le distanze si sono accorciate, e molti dei miei miti dell’adolescenza, quelli che potevo solo vedere nelle cover dei dischi o sui giornali sono diventati miei buoni conoscenti. Di fatto l’alone magico che un tempo circondava certi artisti ha perso consistenza per effetto del contatto diretto, figlio della tecnologia ma anche del fatto che non si vendono più album, e la maggior fonte di guadagno deriva dai concerti, e avere una buona predisposizione al contatto col pubblico favorisce la consistenza delle presenze, e la continuità nel tempo. Devo ammettere che è per me gratificante mantenere questo legame stretto con alcuni dei miei miti musicali del passato, così come è stato piacevole condividere il palco con alcuni di loro e persino partecipare ad un album… prog!

CSW: Molti idoli della musica che hai incontrato, un tempo muovevano le masse, oggi si possono incontrare in concerti con un affluenza decisamente minore, o forse dovrei dire diversa. Quale spiegazione riesci a dare a questo mutamento? Sono le masse che sono diventate pigre, oppure non capiscono più il messaggio dei loro idoli musicali?

AE: Con alcuni amici abbiamo coniato l’acronimo “CSD”, che sta per “culo sul divano”, quella malattia che colpisce sempre quando si deve decidere se uscire di casa per assistere ad un concerto, magari in programma sotto casa. In realtà i grandi nomi tirano sempre e fanno i sold out, ma difficilmente si assiste all’evento di sconosciuti, se non per caso. E’ questo un fenomeno tipicamente italiano, mentre esistono paesi dove si cerca appositamente il nuovo, da qualsiasi parte esso venga. Mi hanno raccontato di concerti di soli batteristi in non ricordo quale paese dell’Est, serate dedicate ai drummers che provocano l’entusiasmo generale: una cosa del genere in casa nostra non avverrà mai!

CSW: Tu scrivi “che cambiare il mondo con la musica era utopistico, o forse obiettivo troppo ambizioso” (Prog Exhibition 2010). Estrapolo dal contesto queste tue parole per spingere a una provocazione costruttiva. Certe canzoni hanno contribuito a cambiare il mondo, su questo immagino siamo d’accordo, ma riallacciandoci anche alla domanda precedente, non trovi che la musica in questo senso abbia perso un po’ della sua forza? Oppure è solo una mia sensazione da non addetto ai lavori?

AE: C’è stato un periodo in cui c’era la reale convinzione che le canzoni avessero questa grande potenza e fossero materia basica per alimentare un movimento culturale, radicale, di opinione. Parlando di ciò che ho vissuto personalmente in Italia, ricordo quando è emerso in modo preponderante il cantautorato, quello politicizzato e carico di messaggi, quello dei Guccini e Lolli per intenderci. Io non so quanto la musica abbia inciso realmente sul cambiamento in passato, e non riesco a vedere nulla di positivo oggi, ma ho anche io la sensazione che oggi sia tutto molto anestetizzato e quando si parla di musica l’ultima cosa che possa venire in mente sia un aiuto al miglioramento sociale, cosa che potrebbe avvenire in automatico se, come dicevo inizialmente, la musica fosse uno dei tanti profumi che si respirano a scuola, non solo insegnando il flauto dolce, ma proponendo qualche dettaglio in più…

CSW: “Io c’ero” è un po’ un ritornello che compare in diversi aneddoti del tuo libro. Però è un “io c’ero” che non suona come autoelogiativo, ma come invito rivolto agli altri per esserci anche loro. Se dovessi consigliare qualcuno indeciso se partecipare o meno a un concerto live, quale consiglio ti sentiresti di dare?

AE: I musicisti di livello hanno un potere di cui, credo, non siano pienamente consci. Noi tutti abbiamo delle ferite prodotte dalla durezza del quotidiano, e spesso la musica può alleviare il dolore. Capita che arriva il Italia la band dei tuoi sogni, compri il biglietto del concerto sei mesi prima senza sapere se poi riuscirai ad andarci. L’emozione sale con l’avvicinarsi della data, e ti ritrovi in uno stadio con l’emozione di un bambino, al fianco di tanti “coetanei per un giorno”. La musica parte e a te sembra impossibile di essere lì, e vivi due ore di pura magia, che proseguirà la notte, il giorno dopo, e per tutta la settimana a seguire. Quei musicisti non hanno guarito il tuo disagio, ma hanno messo un potente cerotto alla tua “ferita”, e questa è un’alchimia che si realizza quando ci sono tutti gli ingredienti giusti. Parlando di chi è ancora in attività dopo cinquant’anni, consiglierei a tutti un concerto degli Who (peccato vengano in Italia raramente!), band assolutamente trasversale, in grado di fornire l’esatta idea di cosa sia stato e cosa sia il rock, con la capacità di sprigionare un’enorme energia. A settembre erano a Milano, sold out da 15000 persone e un esempio per tutti, giovani e meno giovani.

CSW: Immagino che per il momento nuovi progetti letterari non ce ne siano in programma. Il prossimo concerto a cui andrai invece?

AE: In realtà sarebbe facile per me scrivere altri tre libri sulla stessa linea, il materiale continua ad accumularsi perché i concerti e le interviste proseguono e, per effetto di miei nuovi impegni, sono entrato in contatto con persone a cui mai avevo pensato… un esempio su tutti, recente, è quello di Franco Daldello, il cui nome non dice niente a nessuno se non agli addetti ai lavori, ma capace di condensarmi 50 anni di musica italiana vissuti nelle retrovie, nelle più importanti case discografiche italiane e non, e, tanto per esemplificare, fondatore assieme ai Rapetti (Mogol e padre), della Numero Uno… e lì di documenti ne escono a fiumi! Vedremo, è faticoso cercare l’editore e in questo momento non ci penso.

Per quanto riguarda il prossimo concerto è facile… proprio sabato ho preso il biglietto per il concerto torinese di Steve Hackett e la sua band, e come sai Hackett mi ha fornito il nome per il mio libro. E poi, se vuoi sentire la musica dei Genesis dal vivo, non hai scelta, c’è solo lui, oltre a tante brave tribute band, italiane e straniere.

CSW: Grazie Athos per essere stato con noi e averci accompagnato sulle ali della musica. Prima di lasciarci ci regali un C-saluto?

AE: Un C-aldo, C-ordiale, C-saluto a tutti i tuoi lettori, e che la musica non venga mai a mancare!

 

cc CSide Writer – Marco Ischia

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