C-Incontri – le interviste – Paolo Lanzotti

C-Incontri  Le interviste (88)

Da sempre appassionati del premio Tedeschi, oggi su CSide Writer incontriamo Paolo Lanzotti, vincitore dell’edizione 2016 con il suo “La voce delle ombre” uscito sul nr. 3148 de Il Giallo Mondadori. Ci sediamo a chiacchierare con lui di scrittura, di giallo, di storia e di storie… sempre alla ricerca del lato C della scrittura.

paolo-lanzotti  la-voce-delle-ombre

CSW: Ciao Paolo benvenuto nel salotto virtuale di CSide Writer, mentre ti accomodi sul nostro divano, e considerato che non siamo in una taverna della Venezia sotto assedio delle truppe austriache, posso offriti qualcosa da bere?

PL: Grazie. Ma niente di troppo forte, o rischierei di diventare un C-Side a mia volta.

CSW: Nel tuo libro “La voce delle ombre” racconti una Venezia storica in cui un ex sbirro austricante indaga sull’assassinio di un patriota che combatte per la repubblica. Ci racconti com’è nata questa storia?

PL: Volentieri, anche se la sua genesi credo non abbia nulla di particolare. Sono un lettore onnivoro e, se potessi, leggerei e scriverei di qualsiasi cosa. Tuttavia ho sempre avuto una particolare predilezione per la storia e, dunque, per i romanzi d’ambientazione storica. Ero alla ricerca dello spunto per un nuovo giallo e ho scoperto che non era stato scritto ancora nulla… (Credo. Ovviamente non posso conoscere l’intero panorama editoria)… nulla, dicevo, che fosse ambientato durante la rivoluzione del ’48. Venezia è la mia città. Quindi è stato “inevitabile” pensare a una storia che si svolgesse durante l’assedio. Fino a quel momento mi ero specializzato nella Venezia del ‘700. Ho scritto due gialli ambientanti in quel periodo che, purtroppo, sono ancora alla ricerca di qualcuno interessato a pubblicarli. L’800 dunque, era nuovo, per me, e ho cominciato a documentarmi. Mi sono reso conto che i sedici mesi, circa, della rivoluzione veneziana offrivano moltissimi spunti interessanti. Ho pensato a quanti sogni, a quante aspirazioni, ma anche a quanti dubbi, a quante incertezze dovessero essere sorti nei veneziani, e negli italiani in genere, davanti ad avvenimenti di tale portata. Che tipo di protagonista sarebbe riuscito a riassumere l’insieme di questi sentimenti contrastanti? Certo non un eroe impavido, privo di qualsiasi dubbio, votato alla Causa anche a costo d’affrontare il martirio. Nella mia testa ha preso forma Teodoro Valier: un uomo disincantato, alle prese con diversi problemi, che vive la rivoluzione con tutte le incertezze e gli slanci e i ripensamenti che un cambiamento epocale porta con sé. Quindi, dopo il necessario periodo di studio (mesi di letture accanite e montagne di appunti) mi sono lanciato nella nuova avventura, come sempre molto timoroso e titubante. Mi è andata bene.

CSW: Il tuo libro dicevamo è un giallo storico che si è aggiudicato il prestigioso premio Alberto Tedeschi. Non sei certo uno scrittore di primo pelo, ma come ci si sente ad aggiudicarsi un riconoscimento come questo?

PL: Ci si sente come il vincitore di una lotteria nazionale. Da prima increduli. Poi meravigliati. Infine al settimo cielo. Un premio letterario è sempre un terno al lotto. La qualità del testo, ovviamente, è determinante, ma contano anche altri fattori, del tutto imponderabili. Fattori sui quali l’autore non ha alcun potere. Come hai detto tu, non sono certo un novellino. Non è la prima volta che vinco un premio importante. Eppure vivo sempre l’esperienza come un fatto straordinario. Come vincere una lotteria, appunto.

CSW: Sempre rimanendo in tema di premi letterari, molti aspiranti scrittori si cimentano a volte con poche speranze a volte con molta, forse troppa, convinzione. Cosa ne pensi in generale, e quale consiglio ti sentiresti di dare a chi vuole cimentarsi in queste prove scrittura?

PL: Credo ci siano parecchie cose da dire sui concorsi. Cercherò d’essere sintetico. Anzitutto, in Italia (paese in cui ci sono più scrittori che lettori) la partecipazione a un premio è una delle pochissime vie praticabili per arrivare a una pubblicazione. Il numero (incredibile) degli aspiranti autori e la ben nota propensione dell’editoria nostrana a privilegiare comunque il romanzo che viene dall’estero (meglio se scritto in lingua inglese), restringe moltissimo gli spazi a disposizione di un esordiente, ma anche degli scrittori di vecchia data, se non sono famosi. Per farsi notare, dunque, spesso il solo mezzo è la partecipazione a un concorso. Purtroppo, anche questo non basta. L’ho detto prima: un premio letterario è un terno al lotto. Vincere è frutto della congiunzione di numerosi fattori, fra cui la qualità del testo è solo il primo, per quanto determinante. Inoltre, c’è concorso e concorso. La maggior parte dei premi in circolazione sono delle truffe legalizzate, il cui unico scopo è spillare la tassa d’iscrizione a un numero quanto più possibile elevato di ansiosi aspiranti, dando loro in cambio una stretta di mano. Partecipare a concorsi simili non serve a nulla, se non a crearsi illusioni deleterie. In conclusione, cosa dire a chi intende percorrere questa strada? Anzitutto, scegliete bene i concorsi a cui partecipare. Poi non considerate mai il risultato come una sentenza, positiva o negativa. Infine, guardate al premio come a un punto di partenza, mai come a un punto d’arrivo. Domani è un altro giorno e le sorprese, di qualsiasi tipo, sono dietro l’angolo.

CSW: Se non sbaglio hai al tuo attivo anche diverse pubblicazioni nell’ambito del genere fantasy. Cosa cambia secondo te nel modo di scrivere nei diversi generi letterari?

PL: Anzitutto, una premessa. Io sono nato (molti anni fa, purtroppo) come scrittore di fantascienza: genere a cui credevo moltissimo, prima d’accorgermi che, in Italia, un romanzo di FS gode, più o meno, della stessa considerazione dell’elenco telefonico. Ma non ho mai avuto, in realtà, una vera predilezione per un genere particolare. Molti scrittori si specializzano. Io amo spaziare. Ho quindi praticato sempre generi diversi. Oltre alla FS, il fantasy, il romanzo per ragazzi, il giallo storico. Tu mi chiedi cosa cambia. E’ una domanda complessa. Ogni genere, ovviamente, ha le sue caratteristiche specifiche, che vanno rispettate. Dato per acquisito che si conoscano le particolarità proprie di un genere è poi necessario imparare a padroneggiare. E qui le cose si fanno complicate. E’ perfino troppo evidente che la fantascienza (lo dice il nome stesso) poggia sul cardine della plausibilità. Ciò che si scrive dev’essere scientificamente verosimile. Viceversa, il fantasy è il regno del “va bene tutto, meglio se esagerato”. Quindi, per scrivere un fantasy, è necessario saper lanciare la fantasia oltre i limiti della credibilità, senza auto censurarsi. L’esatto contrario della FS. Un giallo storico necessità di adeguate conoscenze sul periodo trattato e, soprattutto, di quel gusto per il “gioco investigativo”, per la “partita a scacchi” tra scrittore e lettore, che costituisce il nocciolo di qualsiasi giallo classico. Infine, se scrivi un romanzo per ragazzi devi tenere conto delle loro limitate conoscenze lessicali e della loro scarsa esperienza di vita. Devi metterti al loro livello. E non è facile, quando si ha una certa età. Insomma, passare da un genere all’altro è complicato. Ci vuole molta duttilità. Però tra alcuni generi ci sono anche delle analogie, spesso non così evidenti, che aiutano. Per esempio, la fantascienza, il fantasy e il romanzo storico (che, per altri versi, sono generi molto lontani tra loro) hanno un’importante caratteristica comune. In tutti e tre i casi, lo scrittore deve saper descrivere, in modo credibile e convincente, un mondo che non esiste. Nel caso della FS e del fantasy non esiste perché non è mai esistito. Nel caso del romanzo storico non esiste più perché appartiene al passato. Se fai “palestra” con uno dei tre generi, è possibile che tu possa poi passare agli altri con relativa facilità, com’è successo a me.

CSW: Questa è la domanda che propongo a tutti gli amici che si siedono nel salotto di CSide Writer. Quale potrebbe essere secondo te il lato C della scrittura?

PL: Se non ho capito male, il lato C sarebbe ciò che non viene detto o che non appare così evidente. Io credo che il lato C della scrittura sia la tensione emotiva, la fatica, il coacervo di dubbi, paure, speranze e aspettative che accompagnano il lavoro di un autore. Uno scrittore conosce bene queste cose. Il lettore, quasi sempre, non le conosce affatto e non le immagina nemmeno. So di persone che considerano un romanzo una specie di piantina, messa là in un vaso, che basta innaffiare ogni tanto e cresce da sola. C’è da stupirsi se poi sentiamo esprimere pareri anche offensivi su un lavoro che non è piaciuto? Ciascuno di noi ha i suoi gusti e ha il sacrosanto diritto di dire “non mi piace”. Capita anche a me. Niente di strano. Ma credo che questo non ci esima da quella cosa chiamata rispetto. Come autore so cosa c’è dietro la nascita di un libro. Quindi, anche se a me personalmente un certo romanzo non è piaciuto, non mi permetterò mai di disprezzarlo. Questo è abbastanza C?

CSW: Tornando al tuo libro e al giallo storico, dove interagiscono personaggi realmente esistiti, dove le ambientazioni devono essere circostanziate. In tutto questo, quanto è importante documentarsi prima di approcciarsi alla stesura di un testo?

PL: Senza una seria e puntigliosa documentazione di base non si scrive un romanzo storico. E’ impossibile. Ovviamente, se sei uno storico di professione, il materiale grezzo ce l’hai già in testa. Se non lo sei, affrontare un lavoro del genere senza uno studio specifico, contando magari sulle poche nozioni apprese a scuola, significa rischiare seriamente il ridicolo. Intendiamoci bene: il narratore non è un professionista della storia. Non ha bisogno di diventare un esperto di fama mondiale. Prende dallo studio del periodo ciò che gli è necessario per dare vita e vitalità a un racconto, a una trama. Ma deve farlo con serietà, se non vuole scrivere qualcosa che, più che un buon romanzo storico, rischia d’essere un brutto fantasy.

CSW: Documentazione e ricerca sicuramente sono un passo importante. Ma tu ambienti il libro a Venezia che è e sarà sempre una città unica al mondo. Quanto è importante viverla per riuscire a raccontarla e farla vivere a chi poi leggerà le tue storie?

PL: Credo che nessuno possa seriamente ambientare un romanzo in una città dove non ha vissuto almeno per un lungo periodo. E anche viverci, o averci vissuto, a volte non basta. E’ questione di atmosfere. Di odori e di suoni. Di sensazioni epidermiche. Io sono veneziano ma, spesso, quando decido d’ambientare un episodio in un luogo particolare della città mi preoccupo di visitarlo e fotografarlo, come se non l’avessi mai visto prima. Lo sguardo cambia. Gli occhi diventano uno strumento diverso, se li usi per uno scopo preciso. C’è poi la questione inversa. Come far sì che un certo luogo sia “visibile” al lettore che abita dall’altra parte d’Italia (o del mondo) e che non l’ha mai visto? E’ un problema spinoso. Si tratta di scegliere le parole giuste, le immagini significative, le sensazioni che colpiscono. Non c’è una ricetta. Dato per scontato l’istinto dello scrittore (qualità innata, non acquistabile al mercato), ci si arriva solo con molta esperienza e molto mestiere. Ma non bisogna farne nemmeno un problema angoscioso. Un romanzo è fatto di parole, non d’immagini. Non si potrà mai superare il famoso ostacolo per cui, quando tu scrivi la parola “albero”, un lettore immagina un tiglio, l’altro immagina un faggio e l’altro ancora un pino marittimo. Ecco perché, quando descrivo un luogo, pur cercando d’essere preciso, non eccedo nei particolari. So che nessuno lo “vedrà” come lo vedo io, anche se dovessi impiegare venti pagine per descriverlo. Non parliamo poi di quando si cita un luogo con il semplice nome. Non so che conoscenze tu abbia di Venezia. I turisti conoscono benissimo San Marco e Rialto, e se io cito uno di questi posti lo “visualizzeranno” senza grossi problemi. Ma se nomino… che so?… Santa Marta, San Severo, o la Giudecca, quanti milanesi, palermitani, cagliaritani, trentini o baresi riusciranno a capire di cosa sto parlando? Credo pochi o nessuno. In questo caso, il nome rimane un semplice nome, senza contenuto. A me succede la stessa cosa quando leggo una storia che si svolge in un posto che non ho mai visto, o che ho conosciuto da semplice turista. E penso sia così per tutti.

CSW: Non ti tratteniamo oltre, ma prima dei saluti ci anticipi il tuo prossimo progetto letterario?

PL: Attualmente (e credo sia scontato) sono alle prese con il seguito de’ “La voce delle ombre”. Spero molto di poter continuare la serie. Mi sembra che Teodoro Valier abbia suscitato un certo interesse, fra gli appassionati. Ci terrei a farlo vivere il più a lungo possibile. Ma il destino degli uomini si decide sull’Olimpo (editoriale). Io posso solo lavorare e sperare.

CSW: Grazie per essere stato con noi con un pezzo di Venezia e una bella storia. Prima di lasciarci ci regali un C-saluto?

PL: Non guardare mai nello specchio. Guardaci dietro.

 

cc CSide Writer – Marco Ischia

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