C-Incontri – le interviste – Mario Bonanno, Luca Bonaffini

C-Incontri  Le interviste (84)

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Oggi su CSide Writer torniamo a incontrare ospiti d’eccezione e per farlo nel migliore dei modi proponiamo un’intervista doppia fuori dai soliti schemi. Non mi era ancora capitato d’intervistare l’intervistato e l’intervistatore, perché Luca Bonaffini e Mario Bonanno lo sono stati l’uno e l’altro in un libro biografico dal titolo “La protesta e l’amore” (Gilgamesh Edizioni), e per non perdermi in una sorta di scioglilingua su chi intervista chi e su chi risponde a chi, aggiungo soltanto che questa volta la ricerca del lato C sarà un viaggio fatto di musica e di parole.

CSW: Ciao Mario e ciao Luca benvenuti nel salotto virtuale di CSide Writer, mentre vi accomodate sul nostro accogliente divano posso offrivi qualcosa da bere?

MB: Un Crodino, grazie. Ho smesso di bere da quando anche il consumo alcolico è diventato una moda giovane, deprivandosi di significato.

LB: Io non bevo in servizio. Però se c’è una fetta di mille foglie la prendo volentieri…

CSW: Vi confesso che mi sento un po’ in difficoltà a proporvi questa chiacchierata. Cercare di portare una domanda stimolante riferendosi a un libro intervista senza chiedere cose già chieste però è un sfida che mi stuzzica. Per rompere il ghiaccio inizierò con la domanda forse più scontata ma anche quella che di solito si pongono i lettori. Com’è nata l’idea di realizzare questo libro?

MB: Luca è un amico sincero. Ha fatto parte del “giro” di Pierangelo Bertoli ma conta anche di una discografia cantautorale in proprio degna di essere approfondita. Anche se la geografia non ci è amica (lui padano di Mantova, io isolano di Catania) ci siamo incrociati svariate volte per ragioni di carattere culturale, e sai come succede…all’inizio se ne discute quasi incidentalmente, poi col tempo l’idea del libro prende forma e dalla testa alla pagina il passo sa essere breve. Qualcuna le ha anche dette affinità elettive, e ne ha scritto.

LB: Ha origini recenti ma non troppo lontane, direi nel 2011. Mario mi contattò relativamente a un suo libro in occasione del decennale della scomparsa di Bertoli e mi volle intervistare. L’impressione che ebbi di lui, come giornalista e uomo, fu davvero ottima, quella di una persona “vera, determinata e umile. Poi, nacque un breve tour di presentazioni del suo libro, all’interno del quale mi offrii come testimonial, e infine un’amicizia. Nel 2015, quando ho compiuto trent’anni di attività, ho proposto al mio editore (Dario Bellini di Gilgamesh edizioni) di realizzare un libro sui passaggi salienti della mia storia di cantautore. Poi, contattai Mario per discuterne la modalità. E’ nato un librone, altroché come pensavo, un libricino-lampo per “esserci”. E questo, devo dirlo con grande orgoglio, è merito di Mario e di Bellini che ci hanno creduto e lavorato moltissimo.

CSW: C’è chi dice, parlando di libri, che è già stato scritto tutto. Considerato che abbiamo “solo” sette note (oltre a diesis e bemolle) e ventuno lettere (almeno nell’alfabeto italiano), quest’affermazione vale anche per la canzone cantautorale oppure c’è ancora molto da dire?

MB: Io penso che la canzone d’autore sia un fenomeno ormai da storicizzare. Non per fare il passatista ma trovo i tempi irrimediabilmente cambiati. In peggio. Ammesso che qualcuno abbia ancora qualcosa da dire, si limita allo slogan o al tazebao (vedi i rapper o gli epigoni del combat folk). Il sottotesto culturale che è stato proprio dei cantautori di “seconda generazione” (Guccini, Lolli, Vecchioni, Gaber, Fossati, per citare qualcuno) è irrimediabilmente scomparso dalle canzoni.

LB: C’è sempre qualcosa da dire e ci sarà. Anzi, mentre un tempo c’erano strumenti e informazioni limitate, oggi – grazie al cosiddetto mercato e mondo globale – è impossibile non trovare argomenti. La musica è sempre stata di sette notte (dodici ad essere precisi, alterazioni comprese) ed ha già esaurito da tempo le possibilità creative e innovative. Ma la musica popolare si tramanda uguale a sé stessa, per tradizione orale, storica ed emotiva. Perciò finché ci sarà una nuova vita, ci sarà una storia nuova e una musica, comunque, mai sentita.

CSW: Nel film “Il postino” con Troisi a una certo punto viene detto che la poesia è di chi la usa. Vale anche per le canzoni, essere scritte per un messaggio, per poi scoprire che degli ascoltatori colgono altri messaggi che non si erano pensati?

MB: E’ indubbio che la traduzione di un testo (letterario, poetico, cantautorale che sia) spetti giocoforza a chi ne usufruisce. Purchè tradurre non si riduca a tradire, perdendo di vista il senso oggettivo dell’espressione artistica. Voglio dire che il possesso di un minimo di prerequisiti critici sarebbe auspicabile anche da parte di chi legge o ascolta. Altrimenti il rischio è scadere nella Babele delle strumentalizzazioni o dei “mi piace” che impazzano sul web.

LB: Esiste la libera interpretazione. La canzone però a volte è molto esplicita e ha delle regole che restringono il campo: minutaggio, struttura, frequenze. La canzone è sicuramente di chi la fa, ma – nel momento in cui viene condivisa e quindi pubblicata – diventa soprattutto di chi la ascolta. Sono come dei figli che crescono e diventano padri di nuove emozioni e angeli sonori invisibili di orecchie sconosciute.

CSW: Considerato che parliamo di cantautori, secondo voi quando si crea una canzone sono più le parole a servizio della musica o viceversa è la musica a servizio delle parole?

MB: Il rapporto è biunivoco anche se personalmente tengo molto di più all’aspetto letterario delle canzoni.

LB: La canzone è testo e musica insieme. E’ la sintesi di due arti che produce una nuova forma di arte. Non ci sono servitori, almeno lì. Pari opportunità!

CSW: I cantautori cercano di trasmettere emozioni ma soprattutto un messaggio attraverso le proprie canzoni. In equilibrio fra coerenza e logiche di mercato, a volte non sarebbe più efficace cedere alla logica di un sistema commerciale per trasmettere un messaggio in maniera più diffusa? Oppure ne verrebbe un messaggio falsato?

MB: La mia ballata ideale è costruita solo chitarra (o pianoforte) e voce. Ritengo che un eccesso di coloritura armonica possa distrarre dal messaggio, quando c’è. Per dirla senza mezzi termini: il bum-tata-bum della musica che batte lo lascio volentieri alle banalità contenutistiche che nella maggior parte dei casi distinguono il passo del pop/rock. Il cantautorato (se vero cantautorato) è decisamente un’altra cosa: per arrivare al pubblico non ha bisogno di molti strumenti e nemmeno di una grandissima voce.

LB: Non c’è nulla di facile. Nemmeno restare indifferenti e non prendere nessuna posizione. E poi… scusa… ma di che sistema commerciale stiamo parlando? Quello dei talent? Quello della major (ormai ridotte a tre!)? Quello di Sanremo? Tutto oggi è commercio. Anche i Festival degli Intellettuali. Infine, perdonami, ma anche i cantautori – negli anni 70/80 – hanno fatto moda quindi mercato. Io scrivo perché mi piace. Se poi gli altri preferiscono ascoltare cose diverse sono liberi. Anche di suicidarsi, se vogliono.

CSW: A pagina 15 Mario parla del lato B del “B-side del cantaurotrato italiano. Dove la Dove la “B” è da assumersi come collocazione imposta (a volte auto-imposta). Tutt’altro che una diminutio, o una sottospecie.” . Qui su CSide Writer è nostra abitudine cercare di andare oltre provando a parlare del lato C senza sapere bene cos’è, quindi vi propongo la domanda che facciamo sempre a chi ci viene a trovare con una doverosa variante per l’occasione. Qual è secondo voi il lato C della canzone d’autore?

MB: La felice zona d’ombra in cui si staziona dalla parte del torto (leggi rifiuto del sistema compromissorio imposto dalle major ossessionate dalla vacuità della pop music), senza remore né tentazioni di cambiare di un centimetro la propria rotta. Se devo dirti come la penso, oggi come oggi credo che il lato C della canzone d’autore sia alquanto disabitato.

LB: Ho fondato un’etichetta discografica chiamata C7. Sette, perché in fondo, siamo noi. C è DO in inglese, “do” in italiano è il presente del verbo dare. Dare musica sette volte, magari una volta per ogni giorno della settimana. Ecco il mio C.

CSW: Dal punto di vista tecnico, ma se vogliamo anche pratico o emotivo, qual è lo strumento cantautorale per eccellenza? E perché?

MB: La chitarra. Negli anni Sessanta/Settanta abbiamo assistito a una vera e propria “dittatura” della chitarra, e il fenomeno cantautorale nasce e si sviluppa proprio a cavallo di quegli anni…

LB: La voce. Il cantautore è un autore che canta (augere in latino, pro-movere, tramite il cantus). L’autore di una musica o di un testo si racconta e promuove sé stesso e la propria opera tramite il canto, quindi la voce. Pensa alla funzione del Coro nell’Antica Grecia…

CSW: Io definirei Luca uno scrittore-cantautore-artista compulsivo, inteso nel senso migliore e prolifico del termine. Nel prossimo futuro, a partire da marzo 2017 inizia un progetto musicale teatrale dal titolo “Protesta e amore: quando le canzoni ci facevano sognare”. Come si articola? Ci sarai anche tu Mario?

MB: Rispondo per la parte che mi riguarda: se Luca mi chiama io vengo su e ci vengo di corsa.

LB: Il primo col quale mi confrontai circa un anno fa fu proprio Mario. Dopo il libro mi venne l’idea di spiegare dal vivo, in tempo reale – con la complicità del pubblico – la genesi di una canzone e l’intento motivazionale col quale viene scritta e proposta. Poi ho scoperto che le mie canzoni, quelle scritte e incise da me, piacciono ancora. Allora avanti così: tra influenze e storia, s’inserisce Bonaffini. Ma non solo. Dopo tre anni di spettacoli dedicato alla storia del cantautorato dal dopoguerra ai giorni nostri, mi è venuta la voglia di confrontarmi sul palco con colleghi prestigiosi omaggiandoli di un momento monografico e di un piccolo riconoscimento (una targa) al “percorso”. A Legnano, al Teatro Ratti, il 28 marzo ci sarà il grandissimo Alberto Radius (chitarrista, cantautore, produttore e frontman dei Formula Tre). Un bel pezzo della nostra Storia.

CSW: Grazie per essere stati con noi in questa chiacchierata, spero di non avervi annoiato con cose già chieste. Prima di rivederci a teatro ci regalate un C-saluto.

MB: Grazie a voi per avermi ospitato. Vi auguro belle cose e ascolti significativi.

LB: C-erto. C-ontinua C-osì!

 

cc CSide Writer – Marco Ischia

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